Sauro il postino

Molto spesso avevo voglia di alzarmi e scappare. Questo non mi rendeva per nulla diversa dai miei colleghi, anzi, mi rendeva esattamente come loro.

A differenza di F., però, non provavo alcun piacere a sfogare le mie frustrazioni sui clienti e nemmeno avevo sempre la prontezza di rispondere a tono quando mi beccavo lo screzio di ritorno. Un do ut des che mi tenevo io, in grembo.

Quando arrivava il cliente che voleva un pacco, perciò, ero sempre contenta perché ciò mi autorizzava ad alzarmi e correre nel back office, col fogliolino (cedolino per il ritiro del pacco) o con nulla in mano.

– che fai qui?- tuonava la direttrice come se stessi al bar

– vado dai postini- rispondevo io e non poteva dirmi altro che – sì ma sbrigati-

io ero già ad aprire la porta – e chiudi la porta, che non li voglio sentire, quelli!

SBAM, il rumore della pesante porta di ferro alle mie spalle ché per rientrare avrei dovuto bussare.

Davanti a me il meraviglioso mondo dei postini, dove tutto è permesso. Dove si può far casino, si può stare seduti come si vuole, si può mangiare e ascoltare la musica mentre metti a posto le missive da portare a spasso. Una specie di parco giochi per il postale non ancora traviato dal lavoro.

Il buon postale, infatti, odia il postino.

Il postale è un vampiro, il postino è un lupo mannaro.

Il postale crede di essere, il postino fa.

E insomma entrai nella sala dei postini, uno spazio ampio e aperto, contraddistinto da una serie di scaffalature di metallo, una per postazione, adibite alla classificazione della posta. Per zona, via e numero.

Quel giorno c’era Sauro, che sostava sull’uscio e fumava un sigaro guardando i campi. Lo raggiunsi.

La sala dei postini dava ovviamente sul parcheggio dei mezzi per il trasporto della posta. Da lì entravano e uscivano i camion la mattina e a ora di pranzo.

Il parcheggio era a sua volta chiuso da un cancello che aprivamo solo quando c’era bisogno e quindi eravamo comunque sempre protetti, anche se volevamo solo starcene là, sull’uscio, nascosti dalla folla in delirio, a fumare un sigaro.

– Oh, ciao

Mi disse Sauro

– Ciao Sauro ma che ci fai qui a quest’ora?

– Sto raccogliendo la mia roba. Sai, tra una settimana vado in pensione.

Si girò a guardarmi, sorridendo teneramente.

Sauro era anzianissimo. Mi ero sempre chiesta come facesse a fare il postino, ancora. Poi s’era anche rotto una gamba ed era stato fermo un sacco di tempo.

Mi era mancato perché era sempre allegro ed era molto colto, aveva sempre tantissime cose da dire. Una volta m’aveva detto che anche se era laureato a lui piaceva fare il postino perché è un mestiere come tanti, ma odora di libertà.

Non ero molto d’accordo, ma lo lasciavo parlare perché sembrava molto saggio e aveva fatto il sindacalista per molti anni e non la mandava a dire. Sparava a zero su tutti e faceva molto ridere.

Poggiò il sigaro su un posacere lì fuori ed entrò dentro. Lo seguii fino alla sua postazione dove c’era solo una scatola piena d’oggetti. Tirò fuori un maglione, ancora avvolto dalla plastica e disse

– lo volevo regalare a mia nipote ma ora che ci penso voglio darlo a te- mi disse – è una specie di divisa, ma è molto caldo. Ora non li fanno più così. Io ho questo da qualche anno e non l’ho mai sostituito – si toccò una manica – fidati, sono pura lana, di quando lo Stato faceva le cose a modino-

Gli dissi che non potevo accettare e lui mi disse che ci teneva che mi ricordassi di lui.

Si aprì la pesante porta di metallo e spuntò F., con la sua faccetta contrita

– Martina, ti vuole la direttrice- sogghignava.

Afferrai il maglione di Sauro sorridendo, lo ringraziai ancora e corsi a subire la strigliata del capo, che ci poteva stare, stavolta.

Posso solo aggiungere che il maglione è davvero caldo, davvero adatto anche alle umide serate napoletane passate sul divano a scribacchiare. Ed è blu e giallo, con l’etichetta poste italiane, ma non c’è niente di cui vergognarsi.

Che lo Stato una volta faceva le cose a modino.

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BBB

buio.

si accende una luce, intermittente. poi un’altra. infine sono in tutto cinque luci, che diffondono il loro indecente candore in tutta la stanza.

persone ballano e saltano e io mi chiedo: come posso fermare tutto questo? non ho carta e penna, non ho voglia di scattare fotografie. spero che domani ricorderò tutto questo, ma non ricordo mai niente.

parte una canzone, la luce sparata sulla consolle del DJ illumina le sue dita tozze. molte sono della “nostra” epoca. quelle contemporanee, pure quelle conosco. so tutto, mi consola sapere che non ho perso ancora il grip, non ho lasciato la presa. perché? non lo so, mi piace rimanere aggiornata, sapere quello che succede mentre sono da qualche altra parte.

decido di ballare anche io, ad occhi chiusi però, che così nessuno mi vede.

la musica va e poi torna, R. mi sta guardando quando apro gli occhi incontro i suoi bianchi che lasciano lo spazio alle iridi e alle pupille, ma solo in negativo. non mi vergogno, non mi vergogno mai.

buio.

dieci, cento, mille disegni si ammassano sulle pareti che sembrano stipate di mondi. Jacovitti era così, c’è chi parla di horror vacui. a me pare che si divertisse molto.

qui tutti sembrano divertirsi: i fumettisti girano tra le reciproche mostre, chiacchierano dei loro progetti e di trivialità. cose che qualcun altro chiamerebbe dettagli e follie sono il cibo dei loro piccoli mostri.

appartengo a questo sottobosco, io appartengo a.

buio.

– ieri ho pensato a un fumetto

– forse ti dovresti drogare per smettere di pensare in continuazione

– fidati, no

il naso all’insù a guardare un soffitto sconosciuto di una casa altrui. lenzuola rimboccate di fresco, tutto talmente ordinato da risultare posticcio, ma non inamidato. i ragazzi sono tranquilli, io sono tranquilla, chi l’avrebbe mai detto.

– dammi la mano

si addormenta senza sognare, poi mi dirà che non ha dormito mai.

buio.

piove, il cielo è una trapunta di nuvole ma ci sono i portici, a Bologna, quindi non piove mai sulle cose importanti. e poi la gente, piena di cappotti, sciarpe e cani con cappotti e sciarpe.

mi metto in fila per un autografo, facce conosciute, facce amiche. scatto delle foto per lo spazio bianco. sorrido mentre mangio uno yogurt col miele e le noci che costa alla faccia del cazzo, quattro euro. le chiavi del cesso si sono perse, ma non si sono davvero perse.

poi mi diranno che non mi sono mai mossa di casa.

che è stato tutto una specie di delirio, roba da dormiveglia di persone che dovrebbero drogarsi per pensare meno. ma se si drogano poi pensano ancora di più, fidati.

buio

Non agire?

Provo sempre le stesse sensazioni, gira e rigira. Tutto il giorno con me, a volte mi rompo un po’ le palle di stare dietro a tutto, dalle ansie agli entusiasmi ai momenti di buio totale.

Da ragazzina mi svegliavo naturalmente presto, ero molto energica al mattino, mentre ora ci vuole una vita prima che mi convinca che di un’altra giornata ancora, insieme, ne valga la pena. Ma ce la faccio, a volte meglio a volte peggio, tutti i giorni.

Provo sempre questa tensione, come se stessi resistendo a qualcosa. Come se fossi una corda, tirata da due forze invisibili e di direzione opposta. Al centro, cerco di stare calma.

Quando ci riesco – e ho imparato a riuscirci soprattutto nel lavoro e nell’organizzazione degli impegni quotidiani- sono sempre grandi soddisfazioni. Faccio una vita estremamente irregolare, ogni giorno spunta qualcosa che, nel bene e nel male, mi costringe a cambiare l’amministrazione del tempo.

Quindi ho smesso, di fare progetti. Non so quando la resa sia cominciata, forse con l’addio a Prato, forse poco dopo. Si è insinuata gradualmente ma con fermezza la certezza che nulla è sotto controllo, né lo sarà mai.

Ok, non arrivo certo io a scoprire l’acqua calda con la patata lessa, eppure per me è stato ed è ogni giorno un atto di fede, aspettare al varco qualcosa che non sarà eppure sembra il fatidico “destino”. Tante decisioni prese e poi bloccate, tanti occhi chiusi e poi riaperti con tremende o bellissime sorprese.

Il Duca degli Abruzzi che mi porta un incarico lavorativo a liceo, per esempio. Poche ore, ma è giusto così,  in questo momento. Pezzi si incastrano in maniera talmente perfetta che un qualunque sforzo potrebbe rovinare tutto e non oso muovermi.

Wuwei 无为, il motto taoista: non agire. Non opporti, fatti trascinare dalla corrente.

Credevo che non ci fosse nulla di più lontano da me di questo, e invece eccomi qua, a non sapere nemmeno cosa sarà di me la settimana prossima. Di corsa, sempre di corsa, tra le mille cose di cui non posso che riempirmi la vita, ma fondamentalmente immobile.  Tesa, ma fiduciosa.

Devo solo farcela, resistere un altro giorno. Questo è quello che devo fare.

 

 

memorie di un abbandono

quando ho lasciato il lavoro alla posta ho sentito una botta d’adrenalina, manco avessi pippato. Una botta alla testa e giù come un treno.

Avevo bisogno di energie par fare tutto quello che mi si prospettava davanti e credevo di averle tutte, generate dall’entusiasmo di aver preso finalmente una decisione vera, che non proveniva da calcoli e ragionamenti di comodo. Coraggiosa.

L’energia si è dissipata velocemente, ma a lungo ho goduto della pressione del nuovo lavoro, che mi portava a pensare poco e agire tanto. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, weekend compresi, era dedicato al lavoro e alla formazione.

Quando i corsi sono finiti è stato come ritrovarsi sul ciglio di un burrone. Non potevo guardare indietro, ero costretta a guardare giù.

Qui, seduta con le gambe ciondoloni, riscopro ogni giorno la parte migliore e peggiore di me: la difficoltà a lasciar andare.

A volte ripenso alla posta, ai miei clienti, alla libertà e alla leggerezza di un lavoro che non pretendeva tutta me stessa. Mi dispiaccio di non essere più totalmente indipendente economicamente, o, più poeticamente, di non provare più la sensazione di galleggiare nella corrente, di lasciarmi andare a quello che sarà, di lamentarmi che non è colpa mia, ma del sistema, di passare la patata bollente. Ora, come dicevo, ci siamo il burrone ed io.

Tuttavia, più che il lavoro alla posta, mi dispiace aver lasciato i bambini.

Solo dopo tanti mesi mi rendo conto di quanto un lavoretto di poche ore all’anno mi abbia cambiata, includendo le piccole creature nel mio raggio d’azione e nella mia considerazione. Semplicemente, prima non davo loro alcuna importanza, ora li vedo come un’enorme fonte di energia e ispirazione. Ma non è di questo che volevo parlare, volevo parlare della difficoltà che ho a dire addio. Qualcuno la chiamerebbe dedizione, qualcun altro semplicemente attaccamento morboso, cocciutaggine, inutile ostinazione.

L’ho sempre fatto con qualsiasi cosa: buttarmi a capofitto, al cento percento (anche se non sempre l’ho dato a vedere, questo cento), rimanere di merda per ogni cosuccia andata storta, esaltandomi per un nonnulla, fino alla resa dei conti.

Lascia. Lascia, questa cosa non puoi più farla: ti devi concentrare, così disperdi troppe energie. Vuoi fare troppe cose e tutte bene, al massimo, e finisci per farle tutte male.

Sì, hai ragione, ora mollo.

Mollo piano, gradualmente, avviso prima, preparo tutti. Tutti devono sapere che non lascio alla leggera, ma che ci credo anche ora che sto voltando le spalle.

Ho svolto tanti lavori, mi sono affezionata a tante persone e molte ne ho odiate. Alla fine, però, non sono mai riuscita a lasciare completamente felice e con leggerezza qualcosa e mi sono rimasti troppi pezzi incastrati tra i denti.

L’ultimo lavoro, anche questo legato all’insegnamento e ai bambini, mi doveva servire per tenermi occupata e per rispolverare un po’ il cinese. Ho finito per legarmi agli studenti, alle colleghe laoshi 老师 (maestre/professoresse) e per convincermi ancora di più che insegnare è la mia vocazione. Meglio tardi che mai, forse.

Ho dovuto lasciare anche questo, per motivi che forse un giorno spiegherò, rimanendo con in mano un pugno di hanzi 汉字 e qualche occhietto vispo.

Alla fine, sono costretta ad ammettere che vorrei tenere aperte tutte le porte. Ancora, tengo socchiusa quella di Prato, perché vogliono collaborare con me, se passo di lì, e chissà quante ne terrei ancora se mi fosse concesso.

Cosa c’è che non va nel chiudere, semplicemente?

Chiudere e andare avanti.

Chiudere e perdonare.

 

 

 

 

questa casa

amo tutto di questa piccola casa con i soffitti altissimi. In primo luogo, i suoi soffitti altissimi, con le travi in legno.

Anche il parquet, finto, che comunque dà un senso di calore, le snelle finestre, lunghe come giunchi e ampie, che tanta luce fanno entrare ogni santo giorno e con lei tutto il rumore di una giungla che mai comprenderò.

Amo anche la luce, che s’infila negli spiragli e sotto le coperte. L’amo sempre, senza rimorso, e con lei l’uccellino che fringuella all’alba.

Mi piace lo spazio che separa la camera da letto dalla cucina, il passo da una stanza all’altra, che è come conquistare un nuovo territorio, in cui l’aria è più densa e promette mille avventure.

Amo questa casa per nessun motivo pratico e nonostante ci sia sempre un incredibile casino. Adesso, dopo tanti mesi, è completa di KALLAX e i libri ci si sono infilati come nella scena di Mago Merlino, svolazzando. Ogni cosa è al suo posto anche quando non lo è, in questa casa.

Ma non è per questo che la amo.

Amo di lei ogni passo che mi ha portata qui. Ogni silenzio che mi ha cullata e ogni litigio che i suoi alti soffitti hanno reso più drammatico. Sono sua quanto lei è mia, ma soprattutto, è nostra senza perdere la propria identità.

C’è sempre una pausa che la nasconde, tuttavia questa casa sorride sempre. Noi ci muoviamo dentro di lei come animali selvatici, annusando e scavandoci gli spazi.

Il mio nido non esiste: è alla scrivania, è al tavolo in cucina, è nella vasca da bagno, è sul balconcino e nel lavello. È un filo che lega tutti questi posti alle lacrime che ci ho versato e ai sorrisi che ci ho consumato.

Amo questa casa per l’amore stesso che la abita, un sentimento costantemente ingenuo, inadeguato, ma fedelissimo. Un guscio fatto di bambù.

Ieri oggi e dopodomani

Due settimane fa nonna si è operata ed eravamo una marea in stanza da lei all’ospedale, mentre lei ci seguiva con quei suoi occhi vispissimi, in silenzio. La figlia della sua compagna di stanza ci guardava sorridendo divertita.

– mi scusi, siamo un po’ chiassosi- le ho detto, andandomene di fretta, come sempre

– chiassosi e uniti- ha precisato lei, felice.

Era felice, veramente, ed io ho tirato un sospiro di sollievo.

La nostra famiglia unita ultimamente ne sta incassando molte e molto brutte, eppure resistiamo, con lo stupore dei superstiti, sempre con le stesse risate, le stesse battute cattive, la stessa finta superficialità e le stesse difficoltà a dimostrarci affetto. Noi non ci spostiamo di un millimetro.

Mia nonna è una maniaca dell’igiene, ma lascia sempre una ciotola per dare da bere ai piccioni che vivono del parco.

Zia M. ha 94 anni, è mezza sorda ma non ha mai perso il senso dell’ironia (e nemmeno l’appetito).

Zia R. si veste di tutti i colori del mondo ed è capace di dire qualsiasi cosa sorridendo.

Zia S. è la gemella di mia madre, ma se mia madre dubita sempre, zia sfonderebbe la difesa di qualsiasi esercito.

Mio cugino M. è il mio Bart e io sono la sua Lisa. Qualche anno fa s’è sposato con una ragazza dagli occhi intelligenti e la risolutezza di una spada.

A breve sarò zia e questo riempie il mondo di bellezza.

 

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

che c’è

c’è questa cosa che non ha alcun senso, si chiama vivere. Se ci pensi, è assolutamente privo di senso, basta respirare e nutrirsi, in qualche modo.

Ogni piccolo nucleo di significato è costruito con la forza di volontà. Se non sei ricettiva, niente è in grado di arrivare a te.

Ricordatelo quando sei sola, stesa, a guardare il soffitto e il tempo scappa. Sì, proprio da te. Perché sei noiosa e non hai voglia di afferrarlo, stringerlo, farlo a pezzi.

Non esiste niente che non sia completamente tuo, al di fuori del raggio d’azione delle tue mani. Ricordatelo quando sei sola, seduta, a guardare un punto tra le sedie del tavolo accanto e qualcuno ti dice

– Martina, che guardi?

E tu sorridi, perché non c’è tempo nè modo per spiegare cosa stai guardando davvero.

Sisifo

Quand’ero piccola e la paturnia maxima prendeva possesso di me, non c’erano i social. Non c’erano, ma in casa avevamo comunque un computer (poi lo comprarono anche a me e lì fu Napoli). Bastavano paint e word e riuscivo ad incanalare tutto, in qualche modo. C’era qualcosa di magico nei pomeriggi passati a disciplinare l’ansia, la tristezza e la solitudine. La paura che solo l’adolescenza porta con sé.

Solo che quella poi non ti lascia mai, ti rimane seduta accanto, a farsi i fatti suoi e sei tu che devi imparare a non farci caso, a raccontarti delle storie. A usare il computer, perché bastano anche solo word e paint, certe volte.

Adesso quando arriva la paturnia maxima sotto forma di ansia per avere già 31 anni e non aver ancora ottenuto nulla di quello che avresti voluto e che qualcuno, chiunque, avrebbe voluto per te, allora sono cazzi. Gli smartphone e i social in primis sono un problema, perché cominci a scorrere bacheche a caso, feed a caso, ipertesti che si aprono uno dopo l’altro, all’infinito, fino a che dimentichi pure dove sei, veramente. Senza contare che non ricordi quasi nulla di quello che hai letto. In un suo bell’intervento, Louis C.K. dice che questa cosa di comunicare sempre ha come unico scopo quello di non pensare, di non fare i conti con la realtà e i suoi silenzi. Si descrive alla guida, sentirsi terribilmente solo, e accostare per riuscire a piangere. Ci consiglia di piangere, perché fa bene e ci fa riprendere il contatto con la realtà.

A me a volte piace piangere, lo ammetto, perché non capita più spesso come una volta. Una volta poi era imbarazzante, perché lo facevo quando non riuscivo a dire nulla e mi sentivo impotente: grosse lacrime si gettavano giù dai miei occhi come da un palazzo in fiamme.

Ora piango perché sono triste, o perché la vita mi commuove. In ogni caso sono eccessivamente sensibile agli stimoli esterni, tutti. Quando arriva la paturnia maxima, tuttavia, non riesco più a incanalarla così bene come quando ero ragazzina. La paura del futuro è troppo concreta, fisica, così come anche la delusione, il rimorso. Sono abbastanza giovane ancora, eppure tante cose le avrei dovute fare diversamente. Ho sempre sentito troppo il peso della vita, senza averne motivo. Cerco comunque di non fare la fine di Sisifo, di non farmi cadere addosso il solito macigno e non farmi fermare da questo brutto carattere. L’eccesso di pensiero non riuscirà ad appesantirmi le ali, ma non posso far finta che non esista.

Oggi sono riuscita a vincere grazie a questo scritto. Ogni giorno si ricomincia.

 

di tutto

di tutte quelle ginocchia sbucciate perché non ho mai accettato un no come risposta

di tutte quelle volte che ho cercato il profilo del Vesuvio, le nutrie nel Bisenzio, la coda blu della gazza ladra tra le fronde della Yuyan Daxue, la fine del mondo a Bracciano

di tutti i tramonti insicuri, balbettanti, che sono scivolati giù senza pretendere silenzio

di tutto il nero di quegli occhi, che non ha mai risposto alle mie domande acciambellate in gola

di tutti i sorrisi biondi di mia madre e di mia zia (all’unisono, in ritardo, in anticipo, ma eterni)

di tutti i no che sono diventati sì, per le mie ginocchia sbucciate e mai per le mie lacrime

di tutta la pazienza non mia

di tutti i passi che separano tutti i luoghi in cui ho deciso di resistere un altro giorno

di tutte le notti insonni, passate a bramare la serenità

di tutta la serenità, passata a ricordare le notti insonni

conservo un ricordo tremulo e profondo come un pungiglione d’ape

il sacrificio estremo, l’unico necessario, il filo d’Arianna.