blu

il cielo sulle cime dei palazzi è blu cobalto

abbraccia la polvere che sale insieme a tutti quei sogni infranti,

tutti quei tanti sogni perduti, che non trovano la strada di casa

cammino piano, verso spazi vuoti

il mio corpo non riempie nulla ma sembra svuotare ancora

una ragazza con il suo messaggio vocale eterno percorre la tratta Piazza Fuga-Augusteo come se fosse sola

un lampo nei suoi occhi incontra il riflesso dei miei

da nessuna parte la rete mi cattura

come il blu cobalto tendo le mani ai sogni

ed è l’unica cosa che vedo

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Nei

Quando scopri sulla tua pelle quelle piccole macchie, protuberanze e imperfezioni che scoprivi ogni giorno sul corpo di tua madre, fa strano.

Le mie memorie del corpo di mia madre sono congelate ai primi anni, tre, quattro, cinque anni che il suo corpo era la mia terra.

Poi l’ho perso di vista e se ora ogni tanto lo vedo rimango stupita, come se non lo riconoscessi, come se non fosse lui. Non perché è invecchiata, ma perché non lo vedo da vicino, a un centimetro o anche meno. Perché non c’è più la mia forma adagiata sulla sua e il tempo che fluttua.

A quell’età stavo perdendo la vista e non lo sapevo, quindi stavo appiccicata a lei anche più del normale, con una curiosità da scienziata: era l’unico modo per vedere davvero tutte le scanalature dell’epidermide e conoscere i nei più strani. Era l’unico modo per conoscerla.

Ce n’era uno formato da tante piccole palline ed era divertente giocarci. Mamma me lo faceva fare, forse perché era uno dei pochi momenti in cui stavo zitta e forse quando ho smesso di starle addosso si è sentita più libera, anche se non se n’è mai davvero accorta.

Forse è per questo che cerco sempre il contatto, anche se non lo do a vedere.

Ho bisogno di vedere i nei da vicino.

Non ho vinto niente

Otto e trenta, suona la sveglia. Qualche minuto per rendermi conto di dove sono. R. dorme accanto a me, russa un po’ ma se glielo dici non ti crede.

Mi alzo che ancora non capisco un cazzo, vado subito in bagno, mi lavo e mi vesto. Intravedo la capa riccia di P. oltre le tende della cucina.

Scambiamo due parole e sto ancora dormendo, tuttavia non prendo il caffè ed esco di casa con le chiavi di una macchina non mia.

Prato è la città dei rischi e delle scoperte. Lo so, sembra strano: una di Napoli, che ha vissuto in Cina, che dice una cosa del genere. Però seguite il mio ragionamento.

Si tratta di tappe, di momenti. La Cina non aveva costruito, aveva distrutto (solo dopo ho capito che c’è bisogno di tabule rase, a volte).

Al ritorno avevo bisogno di dimostrare a me stessa di poter vivere da sola, lontana, con un lavoro che non mi piaceva ma che mi sarebbe sicuramente piaciuto perché la vita è così, bisogna anche fare cose che non ci piacciono. Avevo bisogno di rinunciare a tutto pur di “essere” indipendente eccetera eccetera. Un essere in divenire, che era più una speranza (o un suicidio) che una certezza.

A Prato ho imparato a guidare, che era una delle mie maggiori ansie, e a conoscere veramente una città perché mi ci sapevo muovere sul serio, anche se i nomi delle vie non riuscivo comunque ad impararli.

Sono salita sulla macchina che erano le nove, stamani. Ho avvisato la mia ex collega A. che stavo arrivando ed è iniziata la mia regata per il centro storico.

Porta Fiorentina, via Piave, Piazza San Marco, il ponte sul Bisenzio 1 e il ponte sul Bisenzio 2 (quello che rientra in centro e ti permette di abbracciare con lo sguardo le mura e il campanile di piazza Mercatale, frustandoti coi riverberi del Bisenzio). Ho imboccato la via delle puttane cinesi, che sbadigliavano. Poi il Ponzaglio, viale Galilei e infine il parcheggio Unieuro.

La collega era felice di vedermi, abbiamo chiacchierato. A Montemurlo lei è stata la mia mamma. Protettiva, anaffettiva, frettolosa, furba: proprio uguale alla mia mamma.

Ci siamo salutate e mi sono diretta alla posta. Con calma, mi sono lasciata guidare dai gesti automatici di una strada percorsa per cinque anni.

Arrivata lì ero un po’ emozionata, ma quando sono entrata mi sono resa conto che il tempo non era passato, che avevo ancora il cartellino, che è cambiato nulla nonostante sia cambiato tutto.

Gli stessi pregi, gli stessi difetti stampati così a fondo nella mia memoria da sembrare un sudario. Uno per ogni essere (dis)umano.

Sembrava tutto uno scherzo, una specie di farsa. Tutti a sorridermi, credo sinceramente contenti di vedermi “bene”. Ma sembrava che io mancassi da sempre, che non ci fossi mai stata e, allo stesso tempo, che il mio fantasma fosse ancora lì, sotto una montagna di faldoni o nascosta dietro un carrello di pacchi. Ora è facile sorridermi, era difficile allora. Sarebbe stato un successo allora.

Ma sai, ogni giorno vedi la gente. E poi, a lavoro, siamo tutti lo strumento uno dell’altro.

La verità? No. Non siamo uno strumento manco per il cazzo.

E quindi quando stamattina sono entrata in quello spazio così doloroso mi sono messa lo scafandro. Ho sorriso a tutti, ho fatto ridere tutti, ho guardato le foto dei bambini, dei cani, dei matrimoni. Sono stata sinceramente contenta per tutte le belle novità e scontenta per i trasferimenti desiderati e non ancora arrivati (eh, già).

Ma avevo lo scafandro.

E avevo la risposta pronta.

Quando sono uscita ho tolto tutto e l’ho buttato nell’erba alta. Ho pensato di scrivere questo post per M.A. e C., che salutandomi mi hanno detto (entrambi, ma in momenti e punti diversi dell’ufficio)

mi hanno detto: scrivi.

E allora io scrivo anche per loro, che sono ancora lì. Che combattono ogni giorno, che si svegliano e mettono sui piatti della bilancia una quantità di cose che non riesco nemmeno ad immaginare e alla fine fanno una scelta diversa dalla mia.

Sono salita in macchina e in pochi minuti ero di nuovo a Prato. In piazza delle Carceri gli occhi del piccolo R., che si fanno sempre più furbi, mi hanno sorriso e gli occhi del grande R. mi hanno dato quel solito calore che è un’iniezione di acciaio per la mia volontà.

No, non ho vinto niente: mi sono guadagnata tutto.

 

Sarò anche io

Sarò anche io come mio padre,

avrò l’autoironia e avrò anche la sicurezza

avrò la precisione e avrò anche l’umanità

sarò anche io come mia madre

avrò il sorriso e avrò anche la durezza

avrò il senso pratico e avrò anche l’impudenza

Quando sarò grande e adulta

Le persone verranno da me per i consigli

E io andrò da loro per gli abbracci

E si sentiranno a casa, protetti, dalla parte giusta.

Troveranno nido nei miei occhi e nel nido

Troveranno voglia di volare.

Quando sarò grande e adulta

Sarò tutte queste cose e smetterò di chiedermi

Quando succederà

Perché è già successo.

Aperitivo

– Hai presente quando stai per avere un orgasmo…

– Mhmm

– eh, fammi finire

– ok, ok

– stai per avere un orgasmo però ti fermi

– uh

– sì, ti blocchi. Tergiversi, rimandi. Torni in po’ indietro come in retromarcia, ti godi l’attimo precedente. Rinvii sperando che poi tutto sia più intenso…

– salve, desiderate altro da bere?

– no, grazie cara, magari tra cinque minuti.

– ok, ripasso dopo

– insomma, quindi?

– quindi è come me quando scrivo

– ah, speravo in qualcosa di meglio sinceramente

– era per farti capire

– credo di aver capito. Quindi?

– quindi ho un sacco di problemi. Appena mi arriva un’idea geniale non riesco a metterla nero su bianco, tendo a tergiversare e poi…

– e poi la perdi, come l’orgasmo…

– signorina, due negroni!

– subito.

 

 

 

 

Loro (e noi)

Solevo essere una di quelle che si chiedeva – ma perché quel cuoppo sta con un ragazzo così carino?-

No, mai il contrario, perché il contrario si sa: lui c’ha i soldi, o il potere. Con gli anni, al potere si è poi aggiunta la disponibilità a fare figli. Ed ecco la coppia è fatta.

Ma non divaghiamo: la bruttona e il bello. Non può essere una questione sessuale e allora mi chiedevo: sarà scemo? Mommy issues? Lei cucina, lava, stira e lui la tradisce ogni tanto?

Con gli anni, ho capito che davvero le relazioni sono troppo difficili per una donna bella. La bellezza permette di avere tutto molto facilmente, all’inizio. Troppo. Non ci si abitua a fare sacrifici e compromessi, che “sono alla base di un rapporto duraturo”.

E allora, fondamentalmente, stiamo parlando di persone che si mettono in discussione, che non solo ammettono i propri difetti ma che lavorano duramente per cambiare (o per dare l’impressione di). Che si mordono la lingua, che contano fino a dieci.

Questo non è da tutti, ma figuriamoci come deve essere difficile per una persona che non l’ha mai dovuto fare. Il problema è comprensibile, tuttavia non perdonabile.

L’obiettivo di un essere umano è quello di migliorarsi e le relazioni sono la più grande opportunità per farlo. Voler bene a qualcuno, avere il desiderio onesto e genuino di averlo vicino, dovrebbe dare quella forza, no?

Non lo so. Ci sono persone che, pur di non mettersi in discussione, si raccontano la storia del “non mi merita” e passano a quello successivo (ovviamente finché non invecchiano e, diventando brutte, perdono qualunque merce di scambio reale). Perché prima o poi succede a tutti, di invecchiare. Fisicamente e mentalmente.

C’è chi ha sempre saputo come giocarsela, però, chi ha passato anni a perfezionare un sorriso, una tecnica per tenere a sé gli altri – quantomeno quelli a cui tiene davvero. I cosiddetti cuoppi, tanto disprezzati, sono invece dei maestri di vita dai quali dovrebbero imparare tutti quelli che invece di andare incontro si chiudono dietro la trincea del “sono fatto così”.

Il cuoppo, tra le altre cose, non subirà mai veramente il trauma dell’invecchiamento, perché ha sviluppato altre armi, altre risorse, tra cui quella di non odiare nemmeno chi la giudica. Un senso di superiorità che si consolida negli anni, giustamente. Perché è gente che sap’ campà.

Al contrario, la bellezza è svuotante, spiazzante quando se ne va.

Forse siamo ancora in tempo per fare due conti e aggiungere, nella nostra schedule giornaliera, anche il tempo per praticare il lavoro di lima sui nostri puntuti difetti e il lavoro di aggiustamento della nostra eccessiva sapidità. Lavorare su un carattere che si differenzi sì in negativo (non snaturiamoci troppo), ma anche in positivo, che la bella e dannata poteva piacere a vent’anni, ma nessuno ci farebbe più nemmeno una vacanza di un weekend.

Pescara-Napoli

Tutto quello che scorre fuori dal finestrino è immerso in una nebbiolina pallida. Le ampie radure adesso arrivano come un sospiro tra le vette potenti dell’Appennino. Alcune cime si vedono ancora innevate e sovrastano con sicurezza il verde delle piane, ora acido, ora scuro, ora tendente al marrone del fango.

Piove. Le gocce d’acqua sferzano il finestrino spezzettando il paesaggio seguendo linee oblique, ma tendenzialmente irrispettose della geometria. La pioggia bagna la terra e riempie le depressioni del suolo permettendo la formazione di pozze, più o meno grandi, abitate da milioni di girini.

Non c’è anima viva, né edificio, solo qualche strada ricavata dove necessario, e i pali della corrente.

Immagino la nostra strada, quella sulla quale il bus si muove adagio, come una violenza non gradita a questa immensa valle che attraversiamo. Tuttavia ne trovo giovamento e ringrazio a bocca chiusa per l’esistenza di queste lunghe braccia che collegano il mio mare con il mare di Pescara, permettendomi di lavorare.

Ringrazio anche l’ostinazione umana, che ha reso possibile il superamento di qualsiasi ostacolo, pure gli Appennini, che sembrano, da qui, invalicabili.

il più fico del mondo

Io sono stata con l’uomo più fico del mondo e per questo non posso stare con nessuno che sia meno fico di lui. Le mie amiche sono d’accordo, anche io sono d’accordo, ma non tantissimo. Io vorrei fare l’amore, ma mi vergogno a dirlo, per cui alla fine rimango sola, nella mia stanza, illuminata la faccia dalla luce del pc di tutte le coppie felici di cui non sono parte.

Lui era il più fico del mondo. Ci siamo lasciati non per colpa mia, non per colpa sua. Le cose non andavano bene e siamo stati sufficientemente maturi da capire che era meglio finirla lì.

Quando stavo con lui mi sentivo, però, così preziosa che lui mi avesse scelta per andare con lui agli aperitivi, alle cene, alle feste, ai concerti.

C’era questa parte, che dovevo reggere fino allo stremo. Dovevo essere un po’ silenziosa, un po’ sfuggente, dovevo dosare le parole e le emozioni, per non sembrare una cretina che dice le cose a caso, che dice la prima cosa che pensa, che parla con frasi fatte emozioni altrui.

Allora facevo bene a stare zitta, credevo.

E invece nemmeno andava bene perché sembravo un’autistica, diceva. Sembravo una con problemi gravi, tipo mentali.

Stavo con l’uomo più fico del mondo, ma io facevo pena, pare.

Tuttavia, ora non posso certo abbassare lo standard. Perché persone come lui non esistono e non esisto più nemmeno io.

Le mie amiche dicono che non posso stare con uno sfigato, adesso. Quando loro si truccano davanti al grande specchio e ridono, mi fanno una grande rabbia. Loro che ne sanno, loro giocano e svolazzano come se la vita non fosse questa. Ma io non sono così, e pure se rido in realtà ho paura.

Ho paura che s’è rotto qualcosa, perché non so più dove guardare che non sia vuoto. L’amore, dice, l’amore. Ma non è così: io sono stata con l’uomo più fico del mondo, ma è finita per colpa mia. Perché io non ero abbastanza, non avevo contorni definiti ma avevo lo stesso troppi problemi.

Adesso sono rotta, possono vederlo tutti. Sentire la puzza di malerba, come la chiama mia nonna, che è buona solo da strappare via. Che si attacca ma non funziona a primavera: quando mi toccano, quando mi guardano, quando mi dicono che sono carina, io non sento niente. Ed è per questo, o perché sono stata con l’uomo più fico del mondo e non posso abbassare i miei standard, che non permetto a nessuno di portarmi a casa.

Penso che dormirò in un letto di fiori profumati e aspetterò che venga l’estate, a coprire questa malerba che sono. A mangiarmi nel profondo. Penso che non ci sia altro modo. Penso che aspetterò, ad occhi aperti, che faccia lei.

 

Fumetti

A me piacevano i manga. Poi leggevo qualche Dylan Dog trovato in giro a casa degli amici di papà, Corto Maltese, Valentina, i Peanuts. Poi venne il tempo dell’innamoramento, perché incappai in Pazienza. A quel punto la china: Maus, Persepolis e i grandi graphic novel degli anni Duemila.

Tuttavia, non avevo pensato di entrare nel mondo delle recensioni. Non mi sentivo (e ancora ho difficoltà a sentirmi) molto oggettiva.

Scrivevo cosette sul mio blog, poi conobbi Una Banda di Cefali e pensai di proporre loro una rubrica di recensioni di fumetti: C. era entusiasta. Pochissimo dopo, anche Lo Spazio Bianco mi accolse tra le sue affettuose e generose fila.

Ero diventata una che faceva ricerca, che sapeva dove guardare e come fare collegamenti. Ero ovunque, conoscevo quante più persone possibile, provavo una gioia infinita e un entusiasmo irrefrenabile ad andare alle fiere e girare tra gli stand a scrutare chi del proprio sogno aveva fatto un mestiere. Uscivo con zaini e borse più pesanti di me.

Poi è successo qualcosa: il tempo si è contratto. Il fumetto non era più qualcosa (l’unica cosa) utile per non pensare al mio lavoro alienante e proiettarmi in un mondo altro. Il mio lavoro è diventato la ricerca, l’insegnamento, e questo ha cominciato a investire ogni aspetto della mia vita.

E allora ho capito i discorsi dei fumettisti che mi dicevano: quando diventa un lavoro cambia qualcosa, diventa un po’ un affanno.

Sempre la stessa cosa: il lavoro creativo, una contraddizione in termini che si cerca di far funzionare.

Dall’anno scorso quindi è cambiato tutto: meno fiere, meno fumetti, meno recensioni. Tutto ridotto al minimo indispensabile, all’inevitabile e all’imprescindibile.

Quindi devo ringraziare i miei siti, che ancora mi vogliono quelle poche volte che mi risveglio, sempre un po’ rintontita. Tutte le volte che chiedo qualcosa e che puntualmente me la danno.

Per la prima volta dopo anni ho rinunciato al Lucca Comics, ma sono andata al Comicon e ancora come “press”. Mi sembrava però un po’ di imbrogliare la me stessa che fino all’anno prima correva dappertutto per fare numero a tutti gli incontri, anche i più deserti, perché mi dispiaceva vedere autori di talento parlare a sedie vuote.

Mi sono sentita un po’ vecchia, lo ammetto, con quella saggezza e posatezza nel selezionare pochissimi volumi, sapendo che altri li avrei potuti leggere in pdf o non avrei mai avuto tempo sufficiente per leggerli. Mi sono mancate la stupidità e l’ingenuità, necessarie per portare una passione come si deve.

Continuo a ripetermi che arriverà il tempo in cui avrò tempo, ma tutti mi dicono che quel tempo non torna più.

Allora, semplicemente, combatto per conservare i miei occhi vergini e indagatori, i lucciconi a vedere le tavole originali, e questa mente che svolazza via, cercando di incontrare, da qualche parte nel mondo delle idee, l’energia prodotta dal lavoro e dai sacrifici di chi ha avuto e rinnova sempre il coraggio di fare fumetti.

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