the mystery of love

Amore mio, mi manchi

La tua presenza è l’assenza di quei giorni

La tua assenza di quei giorni è il motivo per cui sei qui

Ha un senso quello che ti dico?

Quando mi accarezzavi e non mi vedevi che attraverso

E ti toccavo troppo

E tu ridevi senza imbarazzo

Mentre ero terribilmente seria

Era già tutto finito?

Amore mio dove sei

Non t’ho mai scelto, né voluto

Se avessi potuto t’avrei cacciato

Ma la verità è che le tue mani mi salvavano la vita ogni giorno

Quel minuto in cui, con ogni scusa,

mi accompagnavi negli androni di palazzi vuoti

pieni di bolle e questioni irrisolte

quello è il tempo al quale ancora mi appendo

quando non ti trovo più

nella tazzina del caffè, nei panni umidi stesi in bagno

nelle strade troppo lunghe che separano i pranzi dalle cene

negli aperitivi che come esche

tirano fuori il pesce dall’acqua torbida

amore mio, ti amo?

O è solo un nome che chiamo quando ho paura?

Quando non sento più le punte delle dita?

Non mi è mai nemmeno piaciuta la parola amore

Ma tu eri mio, almeno

Lo sei ancora?

Come posso sapere cosa sei tu se non so che sono io

Caro amore, la verità non può che essere immaginata

Non perderti, perché non saprei più dove cercarti

 

 

colonna sonora suggerita

 

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Il sacrosanto diritto di stare una chiaveca

IL MONDO TI RECLAMA

e, contemporaneamente

ALLA GENTE NON FREGA UN CAZZO DI TE

Non è splendidamente contraddittoria, la qualità della comunicazione oggidì?

L’isolamento, la solitudine, la negatività, il cinismo, l’eccesso di autocritica, il disfattismo, la tristezza non piacciono a nessuno. Nessuno ha voglia che gli venga ricordato che al mondo esiste il dolore (fuorché gli autolesionisti). I pazienti possono sopportare per un po’, gli empatici empatizzano, ma, in generale, le persone fuggono dalla nuvola nera, reclamando invece il proprio sacrosanto diritto a continuare ad essere felici/abbastanzafelici/obnubilati/meh.

E what about il sacrosanto diritto di stare una chiaveca? Perché se uno si è rotto le palle di fingere di essere capacissimo di gestire la vita pubblica con classe e savoir faire, di sorridere sempre o almeno di provarci, di non dire nulla che possa sembrare troppo al di là di una certa normalità, allora arrivano gli angeli della salvezza. Stai male? Perché stai male? Non puoi stare male. È assurdo, è impossibile, è anticostituzionale.

Se stai male tu, poi forse potrei stare male anche io, pensando che c’è effettivamente qualcosa che non va nel mio modo di sopravvivere. Oppure, semplicemente, tu sei una persona negativa, vittimista, depressoide, incapace di godersi la vita.

La tendenza più diffusa è quella della bomba a mano: ti lanciano un consiglio, spesso tranciante, e poi fuggono. Il giudizio aleggia, la preoccupazione anche, ma la presenza scarseggia. Fisicamente, non c’è più nessuno.

E anche se in fondo il tuo obiettivo era proprio quello di essere lasciato in pace, c’è qualcosa che ti puzza in tutto questo silenzio. È un silenzio accondiscendente e spaventato allo stesso tempo, figlio non di una sparizione ma di uno slittamento.

Le persone si sono spostate poco più in là, a discutere non di te, ma del senso stesso del dolore, senza mai afferrarlo, percependone la volgarità e tutti approntando metodi per scivolarci meglio su.

 

(agosto 2015, sottoscritto in gennaio 2018)

s’è perso tutto nella trachea

le chiavi si trovano da sole nella tasca esterna della borsa, dove le metto sempre. Prima toppa, seconda toppa.

Scegliere non è mai davvero una volta sola. A volte ne bastano due, ma certe scelte (le più importanti) richiedono conferma continua.

Ogni giorno il passero che vive nella mia gabbia toracica si ricorda di essere in gabbia.

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Buongiorno, F.

Gli piacevano un sacco di cose, ma non lo dava a vedere. Poco trapelava da quei modi gentili, un po’ affettati. E poi, in realtà, diceva quasi sempre di no.

Aveva dei gusti difficili fino a che l’alcool non entrava in gioco, a quel punto potevi proporgli qualunque cosa.

S’immaginava a vivere in Estremo Oriente, da solo, come un eremita. Si è sempre immaginato da solo, anche quando era in compagnia, perché in qualche modo lo faceva sentire migliore, più sottile e impalpabile. Più semplice, così, non scendere a compromessi.

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l’upupa

quando noi crediamo di essere attraenti, in qualche punto osceno dell’universo

succede che uno squarcio si apra e rigetti luce e accolga calore

la bellezza di essere femminile è l’accoglienza e allo stesso tempo l’invadenza

di un sibilo di vento caldo

se chiudi gli occhi puoi sentirlo

non c’è bisogno d’altro richiamo

l’upupa ricorda in un mattino d’autunno

tu no, ma non importa

 

 

Sauro il postino

Molto spesso avevo voglia di alzarmi e scappare. Questo non mi rendeva per nulla diversa dai miei colleghi, anzi, mi rendeva esattamente come loro.

A differenza di F., però, non provavo alcun piacere a sfogare le mie frustrazioni sui clienti e nemmeno avevo sempre la prontezza di rispondere a tono quando mi beccavo lo screzio di ritorno. Un do ut des che mi tenevo io, in grembo.

Quando arrivava il cliente che voleva un pacco, perciò, ero sempre contenta perché ciò mi autorizzava ad alzarmi e correre nel back office, col fogliolino (cedolino per il ritiro del pacco) o con nulla in mano.

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BBB

buio.

si accende una luce, intermittente. poi un’altra. infine sono in tutto cinque luci, che diffondono il loro indecente candore in tutta la stanza.

persone ballano e saltano e io mi chiedo: come posso fermare tutto questo? non ho carta e penna, non ho voglia di scattare fotografie. spero che domani ricorderò tutto questo, ma non ricordo mai niente.

parte una canzone, la luce sparata sulla consolle del DJ illumina le sue dita tozze. molte sono della “nostra” epoca. quelle contemporanee, pure quelle conosco. so tutto, mi consola sapere che non ho perso ancora il grip, non ho lasciato la presa. perché? non lo so, mi piace rimanere aggiornata, sapere quello che succede mentre sono da qualche altra parte.

decido di ballare anche io, ad occhi chiusi però, che così nessuno mi vede.

la musica va e poi torna, R. mi sta guardando quando apro gli occhi incontro i suoi bianchi che lasciano lo spazio alle iridi e alle pupille, ma solo in negativo. non mi vergogno, non mi vergogno mai.

buio.

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che c’è

c’è questa cosa che non ha alcun senso, si chiama vivere. Se ci pensi, è assolutamente privo di senso, basta respirare e nutrirsi, in qualche modo.

Ogni piccolo nucleo di significato è costruito con la forza di volontà. Se non sei ricettiva, niente è in grado di arrivare a te.

Ricordatelo quando sei sola, stesa, a guardare il soffitto e il tempo scappa. Sì, proprio da te. Perché sei noiosa e non hai voglia di afferrarlo, stringerlo, farlo a pezzi.

Non esiste niente che non sia completamente tuo, al di fuori del raggio d’azione delle tue mani. Ricordatelo quando sei sola, seduta, a guardare un punto tra le sedie del tavolo accanto e qualcuno ti dice

– Martina, che guardi?

E tu sorridi, perché non c’è tempo nè modo per spiegare cosa stai guardando davvero.

il sub

Quella volta che mi hai detto una bugia, mi dicesti: – io? io mai.-

Perché mentisti lo capisco solo ora, dopo tanti anni. Anche se non posso certo darti torto, nemmeno riesco a darti ragione.

Con questi quattro centimetri in più che il coraggio mi ha dato, che l’abbandono di una narrazione mediocre di me e l’approdo su una landa deserta ma piena di tracce preziose mi hanno dato. Con questi quattro centimetri mi permetto, finalmente, di osservare coloro che indugiano all’uscio con una ferma flemma.

A volte mi fanno tenerezza, altre mi fanno rabbia.

A volte mi sento sola, molto semplicemente.

Mi guardo attorno e, stringendo la maschera e il boccaglio, non so a chi chiedere non dico di andare, ma quantomeno di guardare sotto. Più passa il tempo più la distanza tra le persone si fa opaca, i loro corpi inafferrabili.

Comunichiamo a gesti socialmente appropriati, affinati da episodiche sconfitte e tragiche disfatte (inquantificabili i successi, ahimè). Comunichiamo con sorrisi relativamente sinceri e mani disadatte. Sigarette e bicchieri, in una piramide destinata al collasso. A scimmiottare una Babele in cui non crede nessuno.

Va tutto bene, siamo tutti calmi, ma chi se lo fa un giro qui sotto? Ci sono le stelle marine e gli sconcigli.

No, grazie, magari un’altra volta. Non è che ho paura di qualcosa, è che non ne vale la pena. Non ne vale la pena più.

Meglio stare tranquilli qui, al sole. No?

Quando vedo questo mi viene ancora più voglia di immergermi, perdo ogni remora e mi carico sulle spalle le bombole. I miei occhi non vedono, ma qualcos’altro mi aiuterà a farmi strada.

Se così non fosse, sticazzi. Mi prenderanno sirene e tritoni.

Immagine

Sono cresciuta in mezzo ai libri. Mia madre, prima di diventare dipendente dal pc prima e dallo smartphone poi, era una divoratrice di best seller e tomi giganti. Con suo marito hanno continuato a rimpinzare la casa di libri, che poi puntualmente l’enorme Weimaraner che hanno preso da un annetto si è divorato (non tutti, solo quelli sugli scaffali più bassi). Molti sono allora stati rinchiusi nella mia stanza, che era già considerata deposito, anche da me.
Sono cresciuta adorando i libri, sostituendoli alle amicizie che non riuscivo ad instaurare da bambina: figlia unica dal carattere forte, poco malleabile e molto incline alla polemica.
Ho passato le estati con le mie nonne, ma soprattutto in compagnia dei libri, che hanno occupato ogni spazio che ho abitato. I miei obiettivi erano molto semplici.
Dal momento che mi sentivo bruttina ed ero trattata come tale, i libri mi facevano vivere una bellezza che non era mia o un’intensità in cui potevo riconoscermi, lontano da una vita banale da preadolescente.
Il secondo obiettivo, molto meno sano, era quello di “formarmi”. Volevo imparare tante cose, più cose possibile attraverso la letteratura, e diventare migliore.
Per quanto normali e allo stesso tempo astrusi possano essere questi desideri di bambina prima e ragazzina poi, devo ammettere che il risultato non è stato poi così pessimo e spesso mi scopro addosso dei pezzi di quei pomeriggi solitari passati a collezionare parole.
Circa due decenni dopo però, devo ammettere che è stato durante una di queste estati che si prospettava come al solito (mare, solitudine e letture) che ho cominciato a sentirmi bella. Una sensazione che è proseguita poi, con alti e bassi, fino ad oggi.
Ho sempre saputo che “la bellezza non è importante”, “l’importante è come sei dentro” e tutte quelle menate filoreligiose (sii buona, caritatevole) contenute in tanta letteratura per bambini e adolescenti, ma avrei dato qualunque cosa per sentirmi carina o apprezzata, prima o poi. Sì, bello essere intelligente, ma guardata con ammirazione per qualcosa che non fosse un pensiero “più maturo della mia età”, mai?
Ed ecco che due specchi hanno cominciato a sorridermi, a casa di mia nonna. Un po’ vecchi, spesso appannati, hanno cominciato a dirmi che stavo diventando una donnina e, da un certo punto di vista, stavo diventando perfino bella.
A quel punto riuscii anche a capire meglio l’interesse di qualche ragazzino, certi apprezzamenti mascherati da attenzioni strane, quella volta che A. era rimasto apposta più a lungo fuori al parco, senza un motivo apparente. A loro fregava il giusto che avessi letto Jane Eyre.
E io? Avevo solo bisogno di smettere di sfuggirlo e di riuscire a vedere che lo specchio, specchio specchio delle mie brame, aveva smesso di farmi le smorfie da tempo e ora mi guardava con curiosità.
Ancora oggi, dopo tanti anni e tanti specchi, quei due sono sempre i migliori: anziani e gentili con la mia immagine.