tanto più giovane

il pomeriggio penetra la fessura tra le ante, sembra convinto, ma poi si adagia molle sulle lenzuola stropicciate, i cuscini sparsi, il letto irrimediabilmente sfatto.

M. non sa bene che cosa fare. Fissa l’elenco che ha preparato ad inizio mese, al ritorno dalle vacanze. Ha fatto bene, si dice per l’ennesima volta, a seguire il consiglio, perché questo le dà un senso di ordine, ma anche di pieno. Le sue giornate sono piene, lo dice l’elenco.

Se chiude per un attimo gli occhi l’elenco comincia a scorrerle davanti come fossero dei titoli di coda. Con un po’ di sforzo si impossessa di ognuna delle cose da fare e le dispone nel vuoto in ordine di importanza. Sospira.

Si ricorda che la sera prima C., tra un bicchiere e un altro, le ha chiesto “come stai? che stai facendo in questi giorni?” e lei ha risposto “sono molto impegnata, non ho un minuto libero”. Poi aveva sorriso e aveva abbassato lo sguardo, un segno di debolezza.

Tutto sommato se l’era cavata bene ma adesso è lì, sospesa, con l’elenco e le mani tremanti.

La verità è che sta aspettando. Vorrebbe tanto credere che il suo futuro dipenda da una delle cento, delle mille cose sull’elenco, ma non è così: il suo futuro dipende da qualcosa che viene da fuori. Da decisioni che prenderanno (o non prenderanno) altri, dagli scampoli, dalla roulette russa.

“Quanto sono affascinante?”, si chiede, e intanto si alza, cambia stanza. Ora la luce batte direttamente sul tavolino in legno scuro, sulla ciotola d’acqua che riverbera un bellissimo riflesso ondeggiante sulla parete azzurrina.

M. sa che molto dipende da quanto sia riuscita a fare fino a quel momento, il suo curriculum, certo, ma anche a quanto ammonta il potere che ha sulle persone attorno a sé.

Si siede sul divano e si accorge di avere ancora il foglio tra le mani (lo tiene stretto, guai a farselo scappare). Le vengono in mente una miriade di cose, come una cascata di stelle finte in un film a basso budget, quelle cose che impressionano chi deve vederne ancora tante e si accontenta di poco. Alla fine, si fissa su un pensiero.

Perché innamorarsi di una persona tanto più giovane?

Senza volere stringe le dita riducendo l’elenco ad una pallottola informe. Si pente, aggrotta le sopracciglia, fa quell’espressione con la boccuccia che tanto piace a chi la conosce da poco. No, non si rende conto che nessuno la sta guardando, che nessuno la guarda più, in generale, per paura di una sua reazione imprevedibile. E mentre distende con le dita affusolate quell’inutile elenco, ritorna sul pensiero, come su una scena del crimine.

Indulgenza, è questa la parola giusta. Sa di farsi male, M., ma torna lì, dove si è fatta male l’ultima volta come la prima, fermandosi esattamente sulla soglia. Sbricia: non c’è nessuno.

Una volta aveva creduto di non essere sola, lì, che ci fosse qualcuno a spiarla. E poi qualcuno a spiarla spiarsi. Sorride e si abbandona sul divano. “Sono stanca?”, si chiede. “Forse sono solo stanca”, si dice. Vorrebbe poter buttare quell’elenco dalla finestra, o che l’elenco buttasse lei. Vorrebbe che il telefono squillasse, ma l’ha spento per non avere distrazioni. Così come la tv e il pc. Non compra libri apposta per non essere tentata di leggerli.

Ma non funziona così, oramai è chiaro. M. ha capito che il problema è che ha perso il fascino, quello che usciva col pacchetto della bellezza. Lui l’ha lasciata per “una di vent’anni”, lei ne ha trentacinque.

“Come stai? Che stai facendo in questo periodo?” sono tutti specchietti per le allodole. Le persone vogliono sapere se è ancora sana di mente, se crede ancora in se stessa e tutte quelle cose lì, prima di cominciare con “guarda che sei giovanissima eh, mica hai cinquant’anni!”. Una di quelle frasi da buone intenzioni, che le persone vogliono dire comunque, anche se hai risposto che va tutto bene, che sei contenta così e che odi P., ma solo perché hai sprecato tutto quel tempo con una persona così debole e lo sapevi già. Lo hai sempre saputo. Lo hai preso per questo: perché era debole e innamorato.

M. si alza dal divano e va in cucina, dove c’è l’unico orologio di una casa che se non arriva quell’email maledetta non sarà in grado di mantenere. Ma è così ogni anno, dopo l’estate, ogni anno da sempre, praticamente.

Alcuni pensano che la frequenza degli avvenimenti influenzi l’attitudine e la predisposizione umana verso questi. M. non la pensa così, sarebbe stupida a pensarlo, perché non ci si abitua mai ad aspettare, ad esempio.

è ora. Si chiude in bagno, si spazzola i capelli, si mette un filo di trucco e si sorride. Ha appuntamento con lo psicologo che la segue da un po’, gli dirà sicuramente dell’elenco, che l’ha dovuto stendere nuovamente perché sono uscite fuori altre incombenze. Non gli dirà di averlo appallottolato. Gli dirà che è tornata a pensare a P., ma con meno odio di quanto ne riservi a se stessa. Lui le chiederà di perdonarsi.

Mentre si chiude la porta alle spalle un pensiero la aggredisce facendola quasi barcollare, mentre l’ombra della tromba delle scale la risucchia come il fondo di un lago. Ci si innamora di una più giovane non perché è più bella, perché è più magra. Non perché ha qualcosa in più, ma per qualcosa in meno. Una cosa precisa. Lei non conosce il vuoto che porta alla disillusione. Forse intravede la strada, ma non l’ha percorsa, e non sa, ancora non sa, e sorride sempre e le brillano gli occhi, perché non sa che alla fine non c’è assolutamente nessuno e assolutamente niente che tu possa fare.

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un’altra che farà così

– e sai chi è un’altra che farà così?- mentre parla, nonna sorride e mi guarda. Sua sorella F. si gira verso di me, all’inizio sembra non capire, poi nonna continua – hai presente quelle persone bravissime e intelligentissime che poi non sono capaci di cucinare o pulire casa? Sembra semplice, ma non è semplice per tutti.

Nonna guarda zia F., poi guarda me e all’improvviso teme di avermi offesa. F. sta raccontando della sua consuocera, alla quale la moglie del figlio ha lasciato il bimbo e lei non è riuscita a nutrirlo. Quando la nuora è tornata a casa c’era ancora il biberon intonso e il bambino “rosso dalla rabbia”.

– Che ci vuole???- aveva detto F. – la bocca sta qua, il biberon sta là. Anche un cane sarebbe capace!

La teoria di nonna è che a volte le cose (le procedure) ci sembrano più semplici di quanto realmente siano. Che non c’entra l’intelligenza e che magari questa persona si è fatta mille problemi su come riscaldare il latte, la temperatura esatta.

Nonna vuole essere comprensiva e simpatica, ma mi incupisco. Vorrei offendermi ma dico soltanto – se ce l’ha fatta mamma posso farcela anche io-

Nonna è contenta che io abbia risposto a tono, ma dice – tua mamma era sempre aiutata, non era mai sola.- e guarda zia M., che al momento chissà a cosa sta pensando, nei suoi novantasette anni. Zia non è più in grado, ovviamente, e nemmeno nonna, penso. Mi aggrappo a una serie di pensieri stupidi, cerco di non arrabbiarmi.

Valuto, mi dispiaccio un po’. Quest’immagine che ha tutta la famiglia di me, di una persona che si lascerebbe morire in un letto di libri, di pensieri sradicati dalla realtà, è realistica purtroppo.

E anche R. mi prende in giro, nonostante lui sia come me in un certo senso (meno libri, più serate al pub, vivrebbe di noccioline e taralli). Siamo disordinati, sciatti e permalosi. Tuttavia lui non dà la stessa impressione, quindi rimango solo io, dietro la trincea di libri e cartuscelle, sempre a procrastinare una maturità che è rappresentata dall’essere brava donna di casa, ospite e madre. È difficile e faticoso uscire da un cammino che le tue origini e la tua infanzia hanno tracciato per te, ogni volta che penso razionalmente che dovrei fare determinate cose e quindi ( e se) le faccio sento che c’è qualcosa che proprio non va, nella mia espressione, nei miei gesti. Innaturale, farlocca, aliena.

Ma questa non è una scusa.

Nonna ha ragione, prima di fare una cosa devo studiarla e valutarla e solo dopo approcciarla. Se non passo attraverso tutto questo, rischio di combinare guai.

– e poi fa così, si astrae. Ma a che pensi?- dice mia madre. Siamo altrove, anni luce dalla conversazione con nonna e sua sorella.

– fidati, non è una cosa che vuoi sapere- rispondo. E lei s’immagina chissà che cosa, mentre io volevo solo trasformarci in parole proiettate su uno spazio bianco, di carta o virtuale poco importa. A lei non piace come la scrivo, si sente criticata. Mia nonna dice “quante sciocchezze mi fai dire”, ma ridacchia.

Nella macchina, che procede spedita fino al prossimo nodo di traffico, mamma non smette mai di parlare. Mi fa anche domande, senza ascoltare la risposta (me le ha già fatte, non si ricorda, poi dice che ha l’Alzheimer e non si ricorda, soprattutto, che è sempre stata così). A. sta in silenzio, ma c’è quiete nell’aria, mica come quando ci lanciavamo le cose addosso decenni fa.

– dovresti fare un figlio. Basta pensarci! Tanto c’è la tua famiglia, ci siamo noi, mica sei sola-

– lo dice anche l’osteopata, e il neurologo pure, che c’ho un’età

– ecco, lo dicono anche loro!

Ero sarcastica ma non importa. Qualcosa nella mia testa fa contatto e quindi mi ricordo mia nonna e quella questione terribile del bambino rosso dalla rabbia che non mangia da giorni. Mia madre è lì che dice cose sulla base di un mondo che non esiste più.

La gestione casuale e poi voluta della sua gravidanza è stata coraggiosa, quasi epica per quanto quel mondo mi è lontano, inafferrabile e meraviglioso.

– non esagerare, esageri sempre. Sei negativa, non ti fa bene- la voce di mia madre, che commenta quasi tutto quello che dico così. Ha ragione, non mi fa bene, tuttavia è l’unico modo che conosco per conoscere la realtà: analizzare, soppesare, confrontare.

Per me, c’è chi vive e chi racconta. Io a vivere non sono capace perché a raccontare c’ho passato la vita e non mi ci sono mai abituata.

La mela

ti cercavo e non lo sapevo. T’ho ritrovato, per caso, pigiando un bottone. Come in quei film di fantascienza scemi, in cui tutto il mobilio è una macchina strana, che apre cassetti, che risolve problemi ordinari.

mi mancavi e non me n’ero resa conto. Allontanavo ogni segnale come fosse un sibilo, una cosa continua e fastidiosa come l’acufene di cui, pure, soffro.

Forse sei tu, quell’acufene. O forse sono io. Fuori di me, che ti spingo negli spigoli, ti spazzo fuori la finestra e tu t’accumuli, senza pensarci su due volte, nei dislivelli e negli incastri.

C’è sempre stata la tua capacità di sdoppiarti, triplicarti, come frutto succoso di mille specchi tra gli alberi. Mai saputo, mai, riconoscere quello giusto. Quello vero.

E mi rendo conto che è così chiaro e che non ci siamo davvero allontanati perché ognuna di queste immagini riflesse e irraggiungibili ha lo stesso valore di quella che ho sempre creduto reale. Perché è la storia che conta.

Le parole che fanno la mano che raggiunge l’albero

Le parole che fanno la bocca che assapora il frutto

Quelle parole non s’allontanano mai e mi aiutano a costruire altre storie, meno lucide ma più saporite.

 

 

 

 

Nei

Quando scopri sulla tua pelle quelle piccole macchie, protuberanze e imperfezioni che scoprivi ogni giorno sul corpo di tua madre, fa strano.

Le mie memorie del corpo di mia madre sono congelate ai primi anni, tre, quattro, cinque anni che il suo corpo era la mia terra.

Poi l’ho perso di vista e se ora ogni tanto lo vedo rimango stupita, come se non lo riconoscessi, come se non fosse lui. Non perché è invecchiata, ma perché non lo vedo da vicino, a un centimetro o anche meno. Perché non c’è più la mia forma adagiata sulla sua e il tempo che fluttua.

A quell’età stavo perdendo la vista e non lo sapevo, quindi stavo appiccicata a lei anche più del normale, con una curiosità da scienziata: era l’unico modo per vedere davvero tutte le scanalature dell’epidermide e conoscere i nei più strani. Era l’unico modo per conoscerla.

Ce n’era uno formato da tante piccole palline ed era divertente giocarci. Mamma me lo faceva fare, forse perché era uno dei pochi momenti in cui stavo zitta e forse quando ho smesso di starle addosso si è sentita più libera, anche se non se n’è mai davvero accorta.

Forse è per questo che cerco sempre il contatto, anche se non lo do a vedere.

Ho bisogno di vedere i nei da vicino.

Sarò anche io

Sarò anche io come mio padre,

avrò l’autoironia e avrò anche la sicurezza

avrò la precisione e avrò anche l’umanità

sarò anche io come mia madre

avrò il sorriso e avrò anche la durezza

avrò il senso pratico e avrò anche l’impudenza

Quando sarò grande e adulta

Le persone verranno da me per i consigli

E io andrò da loro per gli abbracci

E si sentiranno a casa, protetti, dalla parte giusta.

Troveranno nido nei miei occhi e nel nido

Troveranno voglia di volare.

Quando sarò grande e adulta

Sarò tutte queste cose e smetterò di chiedermi

Quando succederà

Perché è già successo.

Pescara-Napoli

Tutto quello che scorre fuori dal finestrino è immerso in una nebbiolina pallida. Le ampie radure adesso arrivano come un sospiro tra le vette potenti dell’Appennino. Alcune cime si vedono ancora innevate e sovrastano con sicurezza il verde delle piane, ora acido, ora scuro, ora tendente al marrone del fango.

Piove. Le gocce d’acqua sferzano il finestrino spezzettando il paesaggio seguendo linee oblique, ma tendenzialmente irrispettose della geometria. La pioggia bagna la terra e riempie le depressioni del suolo permettendo la formazione di pozze, più o meno grandi, abitate da milioni di girini.

Non c’è anima viva, né edificio, solo qualche strada ricavata dove necessario, e i pali della corrente.

Immagino la nostra strada, quella sulla quale il bus si muove adagio, come una violenza non gradita a questa immensa valle che attraversiamo. Tuttavia ne trovo giovamento e ringrazio a bocca chiusa per l’esistenza di queste lunghe braccia che collegano il mio mare con il mare di Pescara, permettendomi di lavorare.

Ringrazio anche l’ostinazione umana, che ha reso possibile il superamento di qualsiasi ostacolo, pure gli Appennini, che sembrano, da qui, invalicabili.

Acufeni

La solitudine è una roba grossa, impegnativa. Difficile da gestire, delicata, sfuggente. Eppure non è cattiva, se impari a prenderla.

 

Sono figlia unica e quindi è una vita che ci provo. Da bambina inventavo di tutto, ma soprattutto leggevo e scrivevo storie. Da adolescente sono diventata scout e poi ho cercato disperatamente una persona fragile che volesse dividere ogni momento della vita con me.

Ne ho trovate tantissime, ma a tutte ho dovuto dire addio.

Da grande mi sono innamorata della solitudine: la trovavo elegante, pulita, spaziosa e onesta.

Ho forzato la mano, l’ho snaturata, mi sono venuta a noia.

Adesso non ci penso quasi più, ai minuti le ore e i giorni che passano in silenzio (c’è solo il ronzio degli acufeni). Quando me ne accorgo un po’ mi torna una paura ancestrale, quella di morire e che sia tutto finto e inutile, senza speranza.

Ma dura poco, come la vertigine quando ti alzi, perché mi vedo subito, tranquillamente, fluttuare altrove.

La solitudine è una grande porta che si apre su uno spazio di luce infinita. È sempre dietro l’angolo, inevitabile, indimenticata.

A volte mi sembra di vedere le porte degli altri. Alcuni le mascherano, le vestono a festa, le sigillano. Una volta avevo pena di loro, adesso, pur non stimandoli, li capisco.

Non tutti hanno il dono degli acufeni.

Cani (con rime)

Ci sono cani

che portano rispetto

che ti guardano negli occhi, dritto

e si fanno un giretto

dentro senza fare danni

ci sono cani che annusano i tuoi panni

amandoti tanto, ma per poco

ché poi così,

a testa bassa e a coda lenta

com’è iniziato finisce il vostro gioco

 

ci sono cani

a cui non la dai a bere

e poi ci sono quelli

che si fanno fregare

 

con questo io non voglio dire

 

“che i cani salvano la vita

che ti cambiano per sempre

che rimarginano la ferita

che ti curano la mente”

 

io non lo so

chi sono i cani e cosa vogliono

io sono solo un essere a due gambe

troppi pensieri e rime un poco strambe

quello che so

è che a me piace pensare

che i cani ci sono

perché sanno campare

 

 

 

Di X-men, parei e nevicate

Grossi mattoni di cemento incastonati nella terra e poi, gradualmente, nella sabbia. Ai lati della passerella che conduceva dalla pineta alla spiaggia, crescevano i gigli del deserto e piante grasse dai fiori fuxia.

Nonna si muoveva leggera: un pareo, una borsa di vimini. Niente ombrellone, niente sdraio, niente di niente. Io la seguivo nera come un carboncino e ce ne stavamo a sollazzarci come lucertole, dalla mattina presto all’ora di pranzo. In realtà, come tutti i bambini, preferivo stare a mollo o sul bagnasciuga a perfezionare la ricetta della polpetta di sabbia.

Un giorno, mentre tornavamo a casa, dopo aver attraversato tutte le spiagge libere e infine il lido Rio Claro, esposi a nonna i miei dubbi riguardo l’eventualità di acquisire poteri magici

– io vorrei il potere di cambiare il tempo- disse lei, senza tracce di esitazione nella voce

– ma nonna, perché? con tutti i bei poteri che esistono, a che serve far piovere?

– Cara Martina, tutto gira attorno al tempo. L’intera vita della società e quella dell’individuo. La pioggia ci fa sentire giù, il freddo ci debilita, la nebbia è forse la peggiore di tutte.

– beh c’è a chi piace il freddo

– Persone con qualche problema. A tutti piacciono le belle giornate: non troppo calde, non troppo fredde.

– sì, ok, quindi semplicemente faresti stare tutti tranquilli e sereni? E tu?

– beh io ci potrei guadagnare! Pensa a una partita di calcio…a un torneo di sci…quanto mi pagherebbero per far piovere o nevicare?

– interessante

– se sei stanca e non vuoi andare a scuola: puff! Diluvia! Tutto bloccato e la mamma non ti fa uscire, perché poi ti ammali

– esattamente

– il clima, il tempo atmosferico sono fondamentali per gli esseri umani. Controllarli significa controllare gli uomini. A che mi serve volare se poi mi scambiano per un uccello e mi sparano? O peggio: se diluvia e non mi posso muovere da terra?

Nonna aveva le sue ragioni, ed erano talmente convincenti che le ricordo ancora.

Al momento però rimanevo convinta che volare fosse più fico. O rimanere sott’acqua come un pesce per ore.

Così attaccata al qui e ora, non riuscivo nemmeno a immaginarmi d’inverno, sotto al piumone, pregare per qualche grado in più. Mi si sarebbe congelato il sedere sul bus fino a scuola e avrei ripensato a nonna, alla saggezza dei grandi, che è un dono ma anche un peso.

Forse è per questo che nonna al mare portava solo il pareo.

the mystery of love

Amore mio, mi manchi

La tua presenza è l’assenza di quei giorni

La tua assenza di quei giorni è il motivo per cui sei qui

Ha un senso quello che ti dico?

Quando mi accarezzavi e non mi vedevi che attraverso

E ti toccavo troppo

E tu ridevi senza imbarazzo

Mentre ero terribilmente seria

Era già tutto finito?

Amore mio dove sei

Non t’ho mai scelto, né voluto

Se avessi potuto t’avrei cacciato

Ma la verità è che le tue mani mi salvavano la vita ogni giorno

Quel minuto in cui, con ogni scusa,

mi accompagnavi negli androni di palazzi vuoti

pieni di bolle e questioni irrisolte

quello è il tempo al quale ancora mi appendo

quando non ti trovo più

nella tazzina del caffè, nei panni umidi stesi in bagno

nelle strade troppo lunghe che separano i pranzi dalle cene

negli aperitivi che come esche

tirano fuori il pesce dall’acqua torbida

amore mio, ti amo?

O è solo un nome che chiamo quando ho paura?

Quando non sento più le punte delle dita?

Non mi è mai nemmeno piaciuta la parola amore

Ma tu eri mio, almeno

Lo sei ancora?

Come posso sapere cosa sei tu se non so che sono io

Caro amore, la verità non può che essere immaginata

Non perderti, perché non saprei più dove cercarti

 

 

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