Nei

Quando scopri sulla tua pelle quelle piccole macchie, protuberanze e imperfezioni che scoprivi ogni giorno sul corpo di tua madre, fa strano.

Le mie memorie del corpo di mia madre sono congelate ai primi anni, tre, quattro, cinque anni che il suo corpo era la mia terra.

Poi l’ho perso di vista e se ora ogni tanto lo vedo rimango stupita, come se non lo riconoscessi, come se non fosse lui. Non perché è invecchiata, ma perché non lo vedo da vicino, a un centimetro o anche meno. Perché non c’è più la mia forma adagiata sulla sua e il tempo che fluttua.

A quell’età stavo perdendo la vista e non lo sapevo, quindi stavo appiccicata a lei anche più del normale, con una curiosità da scienziata: era l’unico modo per vedere davvero tutte le scanalature dell’epidermide e conoscere i nei più strani. Era l’unico modo per conoscerla.

Ce n’era uno formato da tante piccole palline ed era divertente giocarci. Mamma me lo faceva fare, forse perché era uno dei pochi momenti in cui stavo zitta e forse quando ho smesso di starle addosso si è sentita più libera, anche se non se n’è mai davvero accorta.

Forse è per questo che cerco sempre il contatto, anche se non lo do a vedere.

Ho bisogno di vedere i nei da vicino.

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Sarò anche io

Sarò anche io come mio padre,

avrò l’autoironia e avrò anche la sicurezza

avrò la precisione e avrò anche l’umanità

sarò anche io come mia madre

avrò il sorriso e avrò anche la durezza

avrò il senso pratico e avrò anche l’impudenza

Quando sarò grande e adulta

Le persone verranno da me per i consigli

E io andrò da loro per gli abbracci

E si sentiranno a casa, protetti, dalla parte giusta.

Troveranno nido nei miei occhi e nel nido

Troveranno voglia di volare.

Quando sarò grande e adulta

Sarò tutte queste cose e smetterò di chiedermi

Quando succederà

Perché è già successo.

Pescara-Napoli

Tutto quello che scorre fuori dal finestrino è immerso in una nebbiolina pallida. Le ampie radure adesso arrivano come un sospiro tra le vette potenti dell’Appennino. Alcune cime si vedono ancora innevate e sovrastano con sicurezza il verde delle piane, ora acido, ora scuro, ora tendente al marrone del fango.

Piove. Le gocce d’acqua sferzano il finestrino spezzettando il paesaggio seguendo linee oblique, ma tendenzialmente irrispettose della geometria. La pioggia bagna la terra e riempie le depressioni del suolo permettendo la formazione di pozze, più o meno grandi, abitate da milioni di girini.

Non c’è anima viva, né edificio, solo qualche strada ricavata dove necessario, e i pali della corrente.

Immagino la nostra strada, quella sulla quale il bus si muove adagio, come una violenza non gradita a questa immensa valle che attraversiamo. Tuttavia ne trovo giovamento e ringrazio a bocca chiusa per l’esistenza di queste lunghe braccia che collegano il mio mare con il mare di Pescara, permettendomi di lavorare.

Ringrazio anche l’ostinazione umana, che ha reso possibile il superamento di qualsiasi ostacolo, pure gli Appennini, che sembrano, da qui, invalicabili.

Acufeni

La solitudine è una roba grossa, impegnativa. Difficile da gestire, delicata, sfuggente. Eppure non è cattiva, se impari a prenderla.

 

Sono figlia unica e quindi è una vita che ci provo. Da bambina inventavo di tutto, ma soprattutto leggevo e scrivevo storie. Da adolescente sono diventata scout e poi ho cercato disperatamente una persona fragile che volesse dividere ogni momento della vita con me.

Ne ho trovate tantissime, ma a tutte ho dovuto dire addio.

Da grande mi sono innamorata della solitudine: la trovavo elegante, pulita, spaziosa e onesta.

Ho forzato la mano, l’ho snaturata, mi sono venuta a noia.

Adesso non ci penso quasi più, ai minuti le ore e i giorni che passano in silenzio (c’è solo il ronzio degli acufeni). Quando me ne accorgo un po’ mi torna una paura ancestrale, quella di morire e che sia tutto finto e inutile, senza speranza.

Ma dura poco, come la vertigine quando ti alzi, perché mi vedo subito, tranquillamente, fluttuare altrove.

La solitudine è una grande porta che si apre su uno spazio di luce infinita. È sempre dietro l’angolo, inevitabile, indimenticata.

A volte mi sembra di vedere le porte degli altri. Alcuni le mascherano, le vestono a festa, le sigillano. Una volta avevo pena di loro, adesso, pur non stimandoli, li capisco.

Non tutti hanno il dono degli acufeni.

Cani (con rime)

Ci sono cani

che portano rispetto

che ti guardano negli occhi, dritto

e si fanno un giretto

dentro senza fare danni

ci sono cani che annusano i tuoi panni

amandoti tanto, ma per poco

ché poi così,

a testa bassa e a coda lenta

com’è iniziato finisce il vostro gioco

 

ci sono cani

a cui non la dai a bere

e poi ci sono quelli

che si fanno fregare

 

con questo io non voglio dire

 

“che i cani salvano la vita

che ti cambiano per sempre

che rimarginano la ferita

che ti curano la mente”

 

io non lo so

chi sono i cani e cosa vogliono

io sono solo un essere a due gambe

troppi pensieri e rime un poco strambe

quello che so

è che a me piace pensare

che i cani ci sono

perché sanno campare

 

 

 

Di X-men, parei e nevicate

Grossi mattoni di cemento incastonati nella terra e poi, gradualmente, nella sabbia. Ai lati della passerella che conduceva dalla pineta alla spiaggia, crescevano i gigli del deserto e piante grasse dai fiori fuxia.

Nonna si muoveva leggera: un pareo, una borsa di vimini. Niente ombrellone, niente sdraio, niente di niente. Io la seguivo nera come un carboncino e ce ne stavamo a sollazzarci come lucertole, dalla mattina presto all’ora di pranzo. In realtà, come tutti i bambini, preferivo stare a mollo o sul bagnasciuga a perfezionare la ricetta della polpetta di sabbia.

Un giorno, mentre tornavamo a casa, dopo aver attraversato tutte le spiagge libere e infine il lido Rio Claro, esposi a nonna i miei dubbi riguardo l’eventualità di acquisire poteri magici

– io vorrei il potere di cambiare il tempo- disse lei, senza tracce di esitazione nella voce

– ma nonna, perché? con tutti i bei poteri che esistono, a che serve far piovere?

– Cara Martina, tutto gira attorno al tempo. L’intera vita della società e quella dell’individuo. La pioggia ci fa sentire giù, il freddo ci debilita, la nebbia è forse la peggiore di tutte.

– beh c’è a chi piace il freddo

– Persone con qualche problema. A tutti piacciono le belle giornate: non troppo calde, non troppo fredde.

– sì, ok, quindi semplicemente faresti stare tutti tranquilli e sereni? E tu?

– beh io ci potrei guadagnare! Pensa a una partita di calcio…a un torneo di sci…quanto mi pagherebbero per far piovere o nevicare?

– interessante

– se sei stanca e non vuoi andare a scuola: puff! Diluvia! Tutto bloccato e la mamma non ti fa uscire, perché poi ti ammali

– esattamente

– il clima, il tempo atmosferico sono fondamentali per gli esseri umani. Controllarli significa controllare gli uomini. A che mi serve volare se poi mi scambiano per un uccello e mi sparano? O peggio: se diluvia e non mi posso muovere da terra?

Nonna aveva le sue ragioni, ed erano talmente convincenti che le ricordo ancora.

Al momento però rimanevo convinta che volare fosse più fico. O rimanere sott’acqua come un pesce per ore.

Così attaccata al qui e ora, non riuscivo nemmeno a immaginarmi d’inverno, sotto al piumone, pregare per qualche grado in più. Mi si sarebbe congelato il sedere sul bus fino a scuola e avrei ripensato a nonna, alla saggezza dei grandi, che è un dono ma anche un peso.

Forse è per questo che nonna al mare portava solo il pareo.

the mystery of love

Amore mio, mi manchi

La tua presenza è l’assenza di quei giorni

La tua assenza di quei giorni è il motivo per cui sei qui

Ha un senso quello che ti dico?

Quando mi accarezzavi e non mi vedevi che attraverso

E ti toccavo troppo

E tu ridevi senza imbarazzo

Mentre ero terribilmente seria

Era già tutto finito?

Amore mio dove sei

Non t’ho mai scelto, né voluto

Se avessi potuto t’avrei cacciato

Ma la verità è che le tue mani mi salvavano la vita ogni giorno

Quel minuto in cui, con ogni scusa,

mi accompagnavi negli androni di palazzi vuoti

pieni di bolle e questioni irrisolte

quello è il tempo al quale ancora mi appendo

quando non ti trovo più

nella tazzina del caffè, nei panni umidi stesi in bagno

nelle strade troppo lunghe che separano i pranzi dalle cene

negli aperitivi che come esche

tirano fuori il pesce dall’acqua torbida

amore mio, ti amo?

O è solo un nome che chiamo quando ho paura?

Quando non sento più le punte delle dita?

Non mi è mai nemmeno piaciuta la parola amore

Ma tu eri mio, almeno

Lo sei ancora?

Come posso sapere cosa sei tu se non so che sono io

Caro amore, la verità non può che essere immaginata

Non perderti, perché non saprei più dove cercarti

 

 

colonna sonora suggerita

 

Il sacrosanto diritto di stare una chiaveca

IL MONDO TI RECLAMA

e, contemporaneamente

ALLA GENTE NON FREGA UN CAZZO DI TE

Non è splendidamente contraddittoria, la qualità della comunicazione oggidì?

L’isolamento, la solitudine, la negatività, il cinismo, l’eccesso di autocritica, il disfattismo, la tristezza non piacciono a nessuno. Nessuno ha voglia che gli venga ricordato che al mondo esiste il dolore (fuorché gli autolesionisti). I pazienti possono sopportare per un po’, gli empatici empatizzano, ma, in generale, le persone fuggono dalla nuvola nera, reclamando invece il proprio sacrosanto diritto a continuare ad essere felici/abbastanzafelici/obnubilati/meh.

E what about il sacrosanto diritto di stare una chiaveca? Perché se uno si è rotto le palle di fingere di essere capacissimo di gestire la vita pubblica con classe e savoir faire, di sorridere sempre o almeno di provarci, di non dire nulla che possa sembrare troppo al di là di una certa normalità, allora arrivano gli angeli della salvezza. Stai male? Perché stai male? Non puoi stare male. È assurdo, è impossibile, è anticostituzionale.

Se stai male tu, poi forse potrei stare male anche io, pensando che c’è effettivamente qualcosa che non va nel mio modo di sopravvivere. Oppure, semplicemente, tu sei una persona negativa, vittimista, depressoide, incapace di godersi la vita.

La tendenza più diffusa è quella della bomba a mano: ti lanciano un consiglio, spesso tranciante, e poi fuggono. Il giudizio aleggia, la preoccupazione anche, ma la presenza scarseggia. Fisicamente, non c’è più nessuno.

E anche se in fondo il tuo obiettivo era proprio quello di essere lasciato in pace, c’è qualcosa che ti puzza in tutto questo silenzio. È un silenzio accondiscendente e spaventato allo stesso tempo, figlio non di una sparizione ma di uno slittamento.

Le persone si sono spostate poco più in là, a discutere non di te, ma del senso stesso del dolore, senza mai afferrarlo, percependone la volgarità e tutti approntando metodi per scivolarci meglio su.

 

(agosto 2015, sottoscritto in gennaio 2018)

s’è perso tutto nella trachea

le chiavi si trovano da sole nella tasca esterna della borsa, dove le metto sempre. Prima toppa, seconda toppa.

Scegliere non è mai davvero una volta sola. A volte ne bastano due, ma certe scelte (le più importanti) richiedono conferma continua.

Ogni giorno il passero che vive nella mia gabbia toracica si ricorda di essere in gabbia.

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Buongiorno, F.

Gli piacevano un sacco di cose, ma non lo dava a vedere. Poco trapelava da quei modi gentili, un po’ affettati. E poi, in realtà, diceva quasi sempre di no.

Aveva dei gusti difficili fino a che l’alcool non entrava in gioco, a quel punto potevi proporgli qualunque cosa.

S’immaginava a vivere in Estremo Oriente, da solo, come un eremita. Si è sempre immaginato da solo, anche quando era in compagnia, perché in qualche modo lo faceva sentire migliore, più sottile e impalpabile. Più semplice, così, non scendere a compromessi.

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