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Sometimes I draw, sometimes I write.

tanto più giovane

il pomeriggio penetra la fessura tra le ante, sembra convinto, ma poi si adagia molle sulle lenzuola stropicciate, i cuscini sparsi, il letto irrimediabilmente sfatto.

M. non sa bene che cosa fare. Fissa l’elenco che ha preparato ad inizio mese, al ritorno dalle vacanze. Ha fatto bene, si dice per l’ennesima volta, a seguire il consiglio, perché questo le dà un senso di ordine, ma anche di pieno. Le sue giornate sono piene, lo dice l’elenco.

Se chiude per un attimo gli occhi l’elenco comincia a scorrerle davanti come fossero dei titoli di coda. Con un po’ di sforzo si impossessa di ognuna delle cose da fare e le dispone nel vuoto in ordine di importanza. Sospira.

Si ricorda che la sera prima C., tra un bicchiere e un altro, le ha chiesto “come stai? che stai facendo in questi giorni?” e lei ha risposto “sono molto impegnata, non ho un minuto libero”. Poi aveva sorriso e aveva abbassato lo sguardo, un segno di debolezza.

Tutto sommato se l’era cavata bene ma adesso è lì, sospesa, con l’elenco e le mani tremanti.

La verità è che sta aspettando. Vorrebbe tanto credere che il suo futuro dipenda da una delle cento, delle mille cose sull’elenco, ma non è così: il suo futuro dipende da qualcosa che viene da fuori. Da decisioni che prenderanno (o non prenderanno) altri, dagli scampoli, dalla roulette russa.

“Quanto sono affascinante?”, si chiede, e intanto si alza, cambia stanza. Ora la luce batte direttamente sul tavolino in legno scuro, sulla ciotola d’acqua che riverbera un bellissimo riflesso ondeggiante sulla parete azzurrina.

M. sa che molto dipende da quanto sia riuscita a fare fino a quel momento, il suo curriculum, certo, ma anche a quanto ammonta il potere che ha sulle persone attorno a sé.

Si siede sul divano e si accorge di avere ancora il foglio tra le mani (lo tiene stretto, guai a farselo scappare). Le vengono in mente una miriade di cose, come una cascata di stelle finte in un film a basso budget, quelle cose che impressionano chi deve vederne ancora tante e si accontenta di poco. Alla fine, si fissa su un pensiero.

Perché innamorarsi di una persona tanto più giovane?

Senza volere stringe le dita riducendo l’elenco ad una pallottola informe. Si pente, aggrotta le sopracciglia, fa quell’espressione con la boccuccia che tanto piace a chi la conosce da poco. No, non si rende conto che nessuno la sta guardando, che nessuno la guarda più, in generale, per paura di una sua reazione imprevedibile. E mentre distende con le dita affusolate quell’inutile elenco, ritorna sul pensiero, come su una scena del crimine.

Indulgenza, è questa la parola giusta. Sa di farsi male, M., ma torna lì, dove si è fatta male l’ultima volta come la prima, fermandosi esattamente sulla soglia. Sbricia: non c’è nessuno.

Una volta aveva creduto di non essere sola, lì, che ci fosse qualcuno a spiarla. E poi qualcuno a spiarla spiarsi. Sorride e si abbandona sul divano. “Sono stanca?”, si chiede. “Forse sono solo stanca”, si dice. Vorrebbe poter buttare quell’elenco dalla finestra, o che l’elenco buttasse lei. Vorrebbe che il telefono squillasse, ma l’ha spento per non avere distrazioni. Così come la tv e il pc. Non compra libri apposta per non essere tentata di leggerli.

Ma non funziona così, oramai è chiaro. M. ha capito che il problema è che ha perso il fascino, quello che usciva col pacchetto della bellezza. Lui l’ha lasciata per “una di vent’anni”, lei ne ha trentacinque.

“Come stai? Che stai facendo in questo periodo?” sono tutti specchietti per le allodole. Le persone vogliono sapere se è ancora sana di mente, se crede ancora in se stessa e tutte quelle cose lì, prima di cominciare con “guarda che sei giovanissima eh, mica hai cinquant’anni!”. Una di quelle frasi da buone intenzioni, che le persone vogliono dire comunque, anche se hai risposto che va tutto bene, che sei contenta così e che odi P., ma solo perché hai sprecato tutto quel tempo con una persona così debole e lo sapevi già. Lo hai sempre saputo. Lo hai preso per questo: perché era debole e innamorato.

M. si alza dal divano e va in cucina, dove c’è l’unico orologio di una casa che se non arriva quell’email maledetta non sarà in grado di mantenere. Ma è così ogni anno, dopo l’estate, ogni anno da sempre, praticamente.

Alcuni pensano che la frequenza degli avvenimenti influenzi l’attitudine e la predisposizione umana verso questi. M. non la pensa così, sarebbe stupida a pensarlo, perché non ci si abitua mai ad aspettare, ad esempio.

è ora. Si chiude in bagno, si spazzola i capelli, si mette un filo di trucco e si sorride. Ha appuntamento con lo psicologo che la segue da un po’, gli dirà sicuramente dell’elenco, che l’ha dovuto stendere nuovamente perché sono uscite fuori altre incombenze. Non gli dirà di averlo appallottolato. Gli dirà che è tornata a pensare a P., ma con meno odio di quanto ne riservi a se stessa. Lui le chiederà di perdonarsi.

Mentre si chiude la porta alle spalle un pensiero la aggredisce facendola quasi barcollare, mentre l’ombra della tromba delle scale la risucchia come il fondo di un lago. Ci si innamora di una più giovane non perché è più bella, perché è più magra. Non perché ha qualcosa in più, ma per qualcosa in meno. Una cosa precisa. Lei non conosce il vuoto che porta alla disillusione. Forse intravede la strada, ma non l’ha percorsa, e non sa, ancora non sa, e sorride sempre e le brillano gli occhi, perché non sa che alla fine non c’è assolutamente nessuno e assolutamente niente che tu possa fare.

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un’altra che farà così

– e sai chi è un’altra che farà così?- mentre parla, nonna sorride e mi guarda. Sua sorella F. si gira verso di me, all’inizio sembra non capire, poi nonna continua – hai presente quelle persone bravissime e intelligentissime che poi non sono capaci di cucinare o pulire casa? Sembra semplice, ma non è semplice per tutti.

Nonna guarda zia F., poi guarda me e all’improvviso teme di avermi offesa. F. sta raccontando della sua consuocera, alla quale la moglie del figlio ha lasciato il bimbo e lei non è riuscita a nutrirlo. Quando la nuora è tornata a casa c’era ancora il biberon intonso e il bambino “rosso dalla rabbia”.

– Che ci vuole???- aveva detto F. – la bocca sta qua, il biberon sta là. Anche un cane sarebbe capace!

La teoria di nonna è che a volte le cose (le procedure) ci sembrano più semplici di quanto realmente siano. Che non c’entra l’intelligenza e che magari questa persona si è fatta mille problemi su come riscaldare il latte, la temperatura esatta.

Nonna vuole essere comprensiva e simpatica, ma mi incupisco. Vorrei offendermi ma dico soltanto – se ce l’ha fatta mamma posso farcela anche io-

Nonna è contenta che io abbia risposto a tono, ma dice – tua mamma era sempre aiutata, non era mai sola.- e guarda zia M., che al momento chissà a cosa sta pensando, nei suoi novantasette anni. Zia non è più in grado, ovviamente, e nemmeno nonna, penso. Mi aggrappo a una serie di pensieri stupidi, cerco di non arrabbiarmi.

Valuto, mi dispiaccio un po’. Quest’immagine che ha tutta la famiglia di me, di una persona che si lascerebbe morire in un letto di libri, di pensieri sradicati dalla realtà, è realistica purtroppo.

E anche R. mi prende in giro, nonostante lui sia come me in un certo senso (meno libri, più serate al pub, vivrebbe di noccioline e taralli). Siamo disordinati, sciatti e permalosi. Tuttavia lui non dà la stessa impressione, quindi rimango solo io, dietro la trincea di libri e cartuscelle, sempre a procrastinare una maturità che è rappresentata dall’essere brava donna di casa, ospite e madre. È difficile e faticoso uscire da un cammino che le tue origini e la tua infanzia hanno tracciato per te, ogni volta che penso razionalmente che dovrei fare determinate cose e quindi ( e se) le faccio sento che c’è qualcosa che proprio non va, nella mia espressione, nei miei gesti. Innaturale, farlocca, aliena.

Ma questa non è una scusa.

Nonna ha ragione, prima di fare una cosa devo studiarla e valutarla e solo dopo approcciarla. Se non passo attraverso tutto questo, rischio di combinare guai.

– e poi fa così, si astrae. Ma a che pensi?- dice mia madre. Siamo altrove, anni luce dalla conversazione con nonna e sua sorella.

– fidati, non è una cosa che vuoi sapere- rispondo. E lei s’immagina chissà che cosa, mentre io volevo solo trasformarci in parole proiettate su uno spazio bianco, di carta o virtuale poco importa. A lei non piace come la scrivo, si sente criticata. Mia nonna dice “quante sciocchezze mi fai dire”, ma ridacchia.

Nella macchina, che procede spedita fino al prossimo nodo di traffico, mamma non smette mai di parlare. Mi fa anche domande, senza ascoltare la risposta (me le ha già fatte, non si ricorda, poi dice che ha l’Alzheimer e non si ricorda, soprattutto, che è sempre stata così). A. sta in silenzio, ma c’è quiete nell’aria, mica come quando ci lanciavamo le cose addosso decenni fa.

– dovresti fare un figlio. Basta pensarci! Tanto c’è la tua famiglia, ci siamo noi, mica sei sola-

– lo dice anche l’osteopata, e il neurologo pure, che c’ho un’età

– ecco, lo dicono anche loro!

Ero sarcastica ma non importa. Qualcosa nella mia testa fa contatto e quindi mi ricordo mia nonna e quella questione terribile del bambino rosso dalla rabbia che non mangia da giorni. Mia madre è lì che dice cose sulla base di un mondo che non esiste più.

La gestione casuale e poi voluta della sua gravidanza è stata coraggiosa, quasi epica per quanto quel mondo mi è lontano, inafferrabile e meraviglioso.

– non esagerare, esageri sempre. Sei negativa, non ti fa bene- la voce di mia madre, che commenta quasi tutto quello che dico così. Ha ragione, non mi fa bene, tuttavia è l’unico modo che conosco per conoscere la realtà: analizzare, soppesare, confrontare.

Per me, c’è chi vive e chi racconta. Io a vivere non sono capace perché a raccontare c’ho passato la vita e non mi ci sono mai abituata.

la (ver)gogna

Io mi vergogno di vergognarmi di essere me, mi vergogno della vergogna di avere un corpo.
Mi vergogno dei criteri con i quali ogni vita viene giudicata, all’esterno e dall’interno, presa a colpi d’accetta, in un tripudio d’odio, rancore ed ossessioni della cui fine non c’è inizio e da cui nessuno esce con le mani pulite.
Mi vergogno di avere orecchie che sentono occhi che scrutano e di usarli male, di non saperli calibrare, di non riuscire a sorvolare, di non saper lasciar andare. Fa rima, e fa anche un po’ schifo. Ovviamente, mi vergogno di trovare la vergogna negli occhi e nelle mani di chi non ha altra scelta. Mi vergogno di vivere ancora in questo tempo in cui
non c’è risposta che non sia ammissione di colpa, in qualche modo. Che non si possa interpretare, vista da un’altra prospettiva, come vergogna. Vergogna pura, nuda e cruda, come un verme rosa nella terra fresca.
Io mi vergogno di vergognarmi di essere così dura e di avere, allo stesso tempo, l’automatismo del senso di colpa. Mi vergogno di provare rancore verso chi ha il potere di far sentire gli altri una merda nel proprio corpo, nella propria testa, e lo usa per vivere meglio con se stesso.
Mi vergogno di essermi vergognata di non essere mai stata bella.
E sono stanca di essere quasi sempre tesa nello sforzo di fare qualcosa di buono senza distruggere tutti i bozzoli in cui gli altri si chiudono per proteggersi. E’ troppo difficile, troppo difficile e non ci riesco mai.

agosto, fin

Che vuoi fare?

Niente, è il mio cazzo di blog. Se non dico nulla è uguale.

Lo senti questo silenzio?

Sì, è finto.

Vero. Hai messo su youtube?

Sì, Dolcenera e Lazza.

Ma perchè?

Non lo so. Tanto comunque pure se metto Edda parte Calcutta.

Ci sta.

Mi ami?

Ma che domanda è?

Boh, deformazione professionale. Non lo so, scusa.

Credo sia un problema di keywords.

Credo anche io.

Via Toledo oggi ha regalato grandi soddisfazioni. Il gatto Mario bianconero ha attraversato la strada a vico poveri bisognosi. Era fierissimo e decisissimo. Cosa inseguiva?

E che ne so. Non abbiamo sempre bisogno di sapere, non trovi?

il mondo è pieno di esseri umani affascinanti e noi siamo qui a guardare le mattonelle.

Anche le mattonelle hanno un loro perché.

Il tizio che vende cover di cel oggi guardava il cel. Aveva degli occhiali molto forbiti.

perché no, scusa?

boh, non me l’aspettavo così serio. Sembrava il mio compagno di banco delle medie…

quello che ti è venuto a cercare qualche anno fa?

sì, mi ha pedinata e chiesto la mia mano a nonna. Carino.

a volte mi scoccia sapere tutte queste cose.

in effetti potresti dimenticarle…se solo la tua vita non fosse così noiosa

già

Poi una tipa a piazza Carità mi ha lanciato uno sguardo verde. Stava guardando una coppia di amici stretti in un abbraccio e ha detto “anche la signorina, ecco, è bellissima”

ti ha detto signorina

Sì, non capita spesso, più

sarà che indossi un vestito a fiori colorati

mi sento la Primavera, ho voglia di sorridere a tutti quelli che si baciano

Mi baci?

Non ti sembra di esagerare?

forse. Hai visto che c’erano gli spagnoli? A decine. Non mi dire che non li hai notati.

Sono troppi.

hai sonno?

un po’.

Se dormi un po’ ti abbraccio.

Non lo so, ho voglia di vedere altro, di sentire di più. Sulle scale c’era un labrador che mi guardava e mi voleva dire una marea di cose.

Capisco

No, non capisci. A te va bene così. Tu così dormiresti, mentre io mi chiedo dove sia andato il gatto Mario, come siano finiti quei baci, se gli occhi verdi siano ancora felici, se la ragazza col gelato ha trovato compagnia

Chi?

Non l’hai vista? Era triste e le era rimasto solo un culo di cono.

Un culo di che?

La punta

è finita, vero?

direi di sì

quando tornerà?

Cosa?

L’estate. O la calma, la tranquillità, la pausa.

Accelera il passo, devo fare pipì.

Oh

Oh cazzo, ma l’hai vista?

Eh. statti accorta

ma che cazzo, manco di notte

stiamo nei quartieri, devi starti accorta tu, non loro.

me lo dimentico sempre

non lo dimenticare mai.

 

 

 

Jet Lag

Cellardoor:memorie dalla Cina

Sto cercando di rimanere sveglia, ma è difficile. Un’altra cosa che sto cercando di fare è rimettermi in marcia, con ritmi diversi, ovviamente.

La stimolazione continua offerta in Cina toccava altre aree cerebrali, altri nervi, ora c’è da tirare la rete in barca e contare i pesci, i granchi, le bottiglie di plastica.

Per essere proprio precisi precisi, sono 12 anni che “frequento” la Cina. Un mese nel 2006, otto nel 2008, altri otto nel 2010, un mese nel 2015 e ora 25 giorni.

Non ho problemi a comunicare e a muovermi, ho ancora problemi a bere e a mangiare (e credo li avrò per sempre). Ma non divaghiamo.

Ho sonno, e tutti i malanni sono tornati. La casa mi sembra buia ma mi concentro sul tenerla in ordine. Il ritorno carico carico di libri mi ha costretta a mettere tutto a posto, le pile di carte e volumi ammontonati…

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Shanghai, 9 agosto

Cellardoor:memorie dalla Cina

Le giornate volano tra il caldo umido della strada e le folate gelide degli interni. L’odore di cibo la fa da padrone, intervallato da puzze varie, d’origine e forma sconosciuta. 体育会西路 è uno stradone sormontato da una sopraelevata in cemento, ma è pieno di verde perché i rampicanti hanno deciso di raggiungere la sopraelevata e dichiarare guerra al traffico. C’è il campo, dove ogni giorno e ad ogni ora (anche al buio) persone corrono, c’è la piscina, c’è lo stadio 虹口足球场, c’è il parco di Lu Xun. Non è centrale e si sta tranquilli, c’è anche un enorme centro commerciale con Carrefour.

Le giornate volano, tra il caldo torrido della strada e il gelo del condizionatore dietro le reni durante le ore di lezione. Si pranza alle 11:30 e alle 12 di nuovo in classe, fino alle 14:30.

Ovviamente tutto questo mi ricorda altro, mi sembra passato un secolo ed…

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il telefono

ero innamoratissima di A. nella misura in cui i miei ormoni erano usciti pazzi.

L’avevo conosciuto mentre giocava a palla col mio amico storico C., era venuto ad abitare col fratello in una delle palazzine sopra le nostre. All’inizio dovevo ancora capire se mi piacesse lui o il fratello, poi in qualche modo connettemmo e cominciammo a passare un sacco di tempo insieme. Avevamo tredici anni e nonostante tutti i nostri amici fossero (o dicessero di essere) già esperti di cose d’amore, noi eravamo due fessi.

Per farla breve fui innamorata di A. dai 13 ai 16 anni, tre degli anni più lunghi della mia vita. Dall’altra parte infatti non avevo alcuna idea di chi ci fosse e m’ero immaginata di tutto. Non solo, avevo anche cominciato a scrivere fumetti su di lui ed altri amici del parco, con la mia amica N.

Insomma, c’era un mondo costruito a tavolino di cui lui non sapeva di fare parte e che viveva e brulicava soprattutto nei lunghi inverni durante i quali non ci vedevamo che di sfuggita, di passaggio, in attesa delle estati che ci avrebbero dato una scusa per passare più tempo assieme.

Oggi, mentre cercavo di alzarmi dal letto, con spotify dal cel che suonava la mia musica preferita scelta appositamente per me, e tutto il mondo lì in quell’aggeggio, ho pensato al vecchio nokia 3310 che lasciavo mattinate intere fuori al balcone (in casa non c’era e continua a non esserci campo), a cuocere in attesa di un suo squillino, che era il segno che stava venendo da me.

Il telefono si faceva bollente ed era il più grosso oggetto del desiderio, in quel periodo. Soprattutto perché quando poi A. si decideva a venire a casa mia, non stavamo mica soli, per carità. C’era sempre qualcuno a fare da cuscinetto, altrimenti non sarebbe mai venuto, ero convinta. In realtà ero terrorizzata di rimanere sola con lui, quindi andava bene così, mi facevo bastare la sua risata scema e qualche sguardo.

Le lunghissime attese tra un’estate e l’altra, tra uno squillo e l’altro, di quell’icona della lettera che significava addirittura parole! Non ci capivo nulla, ma tenevo quel telefono a debita distanza, per non farmi prendere dal panico, per non farmi comandare da lui, che tanto era silente per la maggior parte del tempo.

Per la musica c’era il pc, c’era l’enorme ipod con canzoni scaricate chissà come, con il necessario e sufficiente per non sprofondare nella solitudine. Poi c’erano i fogli da disegno, i quadernini e i quadernoni dove scarabocchiare il fegato, il cuore, l’intestino.

Se un giorno mi avessero detto che il telefono avrebbe occupato tutta la mia vita (amore, ok, ma anche amicizia, lavoro, uscite, viaggi, interessi) non credo gli avrei creduto. Eppure è finita così. Non voglio dire che sia necessariamente un male, in fondo è più pratico avere tutto insieme, a portata di mano sempre. Si perde meno tempo, si è più produttivi e sempre sul pezzo.

Però però però

è come quando mi dico che devo usare la tavoletta grafica, che si lavora meglio, in maniera più pulita e professionale. Ma a me, se mi togliete la carta e il pennarello, mi togliete gli occhi dell’infanzia, la rabbia dell’adolescenza, la calma della maturità. Se mi togliete la materia e i colori sotto le dita mi togliete tutto, che vi devo dire.

E se indietro non si può tornare, che sarebbe anche un peccato perché ora il tempo corre a velocità terrificante e ogni minuto guadagnato sono settimane, almeno voglio trovare gli spazi per fermarmi.

Per fermare la mano, l’ansia da lavoro, l’ansia del sapere in ogni momento in che punto del mondo intero sono.

Come sapevo fare a quattordici anni, quando la solitudine ed il silenzio facevano molta meno paura.

 

Trasloco

e sapete ora che vi faccio? vi trasformo un periodo di merda in qualcos’altro. Non meno di merda forse, ma almeno non solo questo. Mi spiego?

Al momento abbiamo due case.

Una, la nostra vecchia casa, e un’altra, la casa accanto, che con la prima condivide un primo ingresso e il pianerottolo.  Al momento siamo raminghi fra due spazi, quello passato e quello presente che ancora non vuole diventare futuro.

Pare una gestazione.

è rimasto così poco di là che è solo una questione di forma. “dobbiamo pulire” “c’è da prendere il sapone” “boh”.

Continuiamo a stendere i panni di là, io a fare lezione nella casa vuota.

Perché è luminosa e la mattina scivolo tra le stanze come un vampiro. Sono viziata? Sì, non lo nego. La luce è diventata il mio nutrimento.

Ogni tanto vado di là e spazzo. La luce mostra sempre la polvere, che ora si posa impunita su tutte le superfici vuote ed io nervosamente spazzo. Ad ogni colpo i nervi si sciolgono, i tendini si rilassano e compare un piccolo sorriso.

Avere cura, curare la casa ora, mentre quando c’ero era sempre un caos costante.

Accarezzarla con le setole della scopa come a dirle che ci rivedremo, anche se non ci rivedremo più (sapere che è lì, accanto a noi, ma rimanere separati da una piccola porta in legno e da mura in cartongesso).

I cadaveri delle piante morte presiedono i balconi, ancora rimane la pezza arancione dalla forma strana, portata in dono da mia madre dopo un viaggio in Africa. Ancora rimane di controllare tutto, per l’ennesima volta.

Affacciarsi dai balconcini, maledire le urla di piazza “Mario!” e poi tutte le esclamazioni per i goal fatti e subiti, che si innalzano dal centro scommesse.

Saremo a un passo ma non saremo più come eravamo. Lo so, la faccio tragica ma odio i cambiamenti, soprattutto se repentini.

Accarezzo dunque le superfici come se fossero umane, faccio scorrere le unghie come su pelle d’amante. Spero di rovinare tutto, che non se la prendano più, e allo stesso tempo voglio che sia splendida, per il nuovo arrivato.

Lo so, ingigantisco. Non è niente di che, un affare da nulla come direbbero a Prato. Però se c’è un luogo dove mi è concesso di essere eccessiva è qui: chissenefrega.

Se voglio sorridere ad uno spazio vuoto, se voglio versare qualche lacrima su un divano macchiato d’inchiostro, se voglio parlare da sola con la me che è entrata lì più di un anno fa con gli occhi terrorizzati, lo faccio. Poi mi alzo, come ho fatto innumerevoli volte, la saluto e chiudo la porta alle spalle.

Quante case ho già lasciato? Vale la pena contarle o è meglio di no? Sarebbe possibile, almeno una volta, tenere da parte questo animismo e considerare le cose soltanto cose e gli spazi soltanto vuoti da riempire? Domande che non trovano risposta mentre apro un’altra porta e cerco di annusare l’aria nuova.

Lo studio-camera da letto, il corridoio che dà sulla tromba delle scale, il salotto, la cucina buia ma riempita dalla musica sudamericana del tizio al piano terra. “Questa casa è orribile, meglio l’altra”, la voce di mia madre che accoltella come suo solito e mi rimbomba della testa.

Chiudo gli occhi e mi espando, tra l’ombra e la luce, esploro gli spazi come fossi una pianta rampicante. M’attacco, penetro, stabilizzo.

Tutto avrà un suo disordine, ma sarà riconoscibile. La luce andrà cercata, non verrà a cercarci lei. Sarà difficile, ma non impossibile.

Pronti?

 

 

 

La mela

ti cercavo e non lo sapevo. T’ho ritrovato, per caso, pigiando un bottone. Come in quei film di fantascienza scemi, in cui tutto il mobilio è una macchina strana, che apre cassetti, che risolve problemi ordinari.

mi mancavi e non me n’ero resa conto. Allontanavo ogni segnale come fosse un sibilo, una cosa continua e fastidiosa come l’acufene di cui, pure, soffro.

Forse sei tu, quell’acufene. O forse sono io. Fuori di me, che ti spingo negli spigoli, ti spazzo fuori la finestra e tu t’accumuli, senza pensarci su due volte, nei dislivelli e negli incastri.

C’è sempre stata la tua capacità di sdoppiarti, triplicarti, come frutto succoso di mille specchi tra gli alberi. Mai saputo, mai, riconoscere quello giusto. Quello vero.

E mi rendo conto che è così chiaro e che non ci siamo davvero allontanati perché ognuna di queste immagini riflesse e irraggiungibili ha lo stesso valore di quella che ho sempre creduto reale. Perché è la storia che conta.

Le parole che fanno la mano che raggiunge l’albero

Le parole che fanno la bocca che assapora il frutto

Quelle parole non s’allontanano mai e mi aiutano a costruire altre storie, meno lucide ma più saporite.

 

 

 

 

Due parole

Imparati due parole. Non importa quali, puoi anche inventarle.

Imparale e ripetile. Nella testa, e poi ad alta voce. Impara a credere al loro significato e al suono che fanno quando escono dal tuo corpo.

La testa si unisce ai polmoni e alla gola e alle labbra. Tutto il tuo essere proteso verso queste due parole.

È un potere grande, quello di scegliere.