Informazioni su cellrdoor

Sometimes I draw, sometimes I write.

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

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che c’è

c’è questa cosa che non ha alcun senso, si chiama vivere. Se ci pensi, è assolutamente privo di senso, basta respirare e nutrirsi, in qualche modo.

Ogni piccolo nucleo di significato è costruito con la forza di volontà. Se non sei ricettiva, niente è in grado di arrivare a te.

Ricordatelo quando sei sola, stesa, a guardare il soffitto e il tempo scappa. Sì, proprio da te. Perché sei noiosa e non hai voglia di afferrarlo, stringerlo, farlo a pezzi.

Non esiste niente che non sia completamente tuo, al di fuori del raggio d’azione delle tue mani. Ricordatelo quando sei sola, seduta, a guardare un punto tra le sedie del tavolo accanto e qualcuno ti dice

– Martina, che guardi?

E tu sorridi, perché non c’è tempo nè modo per spiegare cosa stai guardando davvero.

Sisifo

Quand’ero piccola e la paturnia maxima prendeva possesso di me, non c’erano i social. Non c’erano, ma in casa avevamo comunque un computer (poi lo comprarono anche a me e lì fu Napoli). Bastavano paint e word e riuscivo ad incanalare tutto, in qualche modo. C’era qualcosa di magico nei pomeriggi passati a disciplinare l’ansia, la tristezza e la solitudine. La paura che solo l’adolescenza porta con sé.

Solo che quella poi non ti lascia mai, ti rimane seduta accanto, a farsi i fatti suoi e sei tu che devi imparare a non farci caso, a raccontarti delle storie. A usare il computer, perché bastano anche solo word e paint, certe volte.

Adesso quando arriva la paturnia maxima sotto forma di ansia per avere già 31 anni e non aver ancora ottenuto nulla di quello che avresti voluto e che qualcuno, chiunque, avrebbe voluto per te, allora sono cazzi. Gli smartphone e i social in primis sono un problema, perché cominci a scorrere bacheche a caso, feed a caso, ipertesti che si aprono uno dopo l’altro, all’infinito, fino a che dimentichi pure dove sei, veramente. Senza contare che non ricordi quasi nulla di quello che hai letto. In un suo bell’intervento, Louis C.K. dice che questa cosa di comunicare sempre ha come unico scopo quello di non pensare, di non fare i conti con la realtà e i suoi silenzi. Si descrive alla guida, sentirsi terribilmente solo, e accostare per riuscire a piangere. Ci consiglia di piangere, perché fa bene e ci fa riprendere il contatto con la realtà.

A me a volte piace piangere, lo ammetto, perché non capita più spesso come una volta. Una volta poi era imbarazzante, perché lo facevo quando non riuscivo a dire nulla e mi sentivo impotente: grosse lacrime si gettavano giù dai miei occhi come da un palazzo in fiamme.

Ora piango perché sono triste, o perché la vita mi commuove. In ogni caso sono eccessivamente sensibile agli stimoli esterni, tutti. Quando arriva la paturnia maxima, tuttavia, non riesco più a incanalarla così bene come quando ero ragazzina. La paura del futuro è troppo concreta, fisica, così come anche la delusione, il rimorso. Sono abbastanza giovane ancora, eppure tante cose le avrei dovute fare diversamente. Ho sempre sentito troppo il peso della vita, senza averne motivo. Cerco comunque di non fare la fine di Sisifo, di non farmi cadere addosso il solito macigno e non farmi fermare da questo brutto carattere. L’eccesso di pensiero non riuscirà ad appesantirmi le ali, ma non posso far finta che non esista.

Oggi sono riuscita a vincere grazie a questo scritto. Ogni giorno si ricomincia.

 

di tutto

di tutte quelle ginocchia sbucciate perché non ho mai accettato un no come risposta

di tutte quelle volte che ho cercato il profilo del Vesuvio, le nutrie nel Bisenzio, la coda blu della gazza ladra tra le fronde della Yuyan Daxue, la fine del mondo a Bracciano

di tutti i tramonti insicuri, balbettanti, che sono scivolati giù senza pretendere silenzio

di tutto il nero di quegli occhi, che non ha mai risposto alle mie domande acciambellate in gola

di tutti i sorrisi biondi di mia madre e di mia zia (all’unisono, in ritardo, in anticipo, ma eterni)

di tutti i no che sono diventati sì, per le mie ginocchia sbucciate e mai per le mie lacrime

di tutta la pazienza non mia

di tutti i passi che separano tutti i luoghi in cui ho deciso di resistere un altro giorno

di tutte le notti insonni, passate a bramare la serenità

di tutta la serenità, passata a ricordare le notti insonni

conservo un ricordo tremulo e profondo come un pungiglione d’ape

il sacrificio estremo, l’unico necessario, il filo d’Arianna.

 

 

 

il mondo 3D

Ogni tanto le persone mi dicono “grazie” o “complimenti per tutto quello che fai”. Di solito lo fanno quando meno me lo aspetto, quindi vengo presa dall’ansia e dall’imbarazzo, divento verde e blatero cose a caso. Poco dopo sono costretta a dimenticare il tutto perché non mi piace pensare al fatto che non so reagire ai rinforzi positivi.

Attaccami e ti distruggerò, fammi un complimento e mi distruggerai (funziono più o meno così).

Non sono un’ingenua: ho una pagina facebook molto attiva, un twitter in crescita, un buon instagram e questo blog. Mi premuro di non lasciare la mia immagine social scoperta per troppo tempo, mi preoccupo di mantenere sempre una certa coerenza, anche a seconda del mezzo di riferimento. Non fingo, ma studio, pondero, limo. Raramente ciò che dico o faccio è casuale e dunque non dovrei stupirmi se l’immagine di me che dissemino sia esattamente quella che mi torna indietro. L’obiettivo non è proprio questo? Tante volte ho detto che facebook lo uso “per lavoro”, ma quasi nessuno se ne accorge.

Le persone che mi seguono su vari social credono di conoscermi (come io credo di conoscere loro) e vengono a cercare qualcosa da me. Allo stesso modo, la mia immagine viene in mente a loro in diverse occasioni. Ecco, questo è il mio obiettivo.

Non è lavoro, non guadagno soldi da questo (beh, forse qualcosina sì, ma molto poco), guadagno esperienze. Vita, se non proprio felicità. Vengo raggiunta per collaborazioni, vengo ingaggiata per uscite e chiacchierate, vengo trattata come una persona di famiglia da semi-sconosciuti.

Fossero migliaia di persone sarei già in un manicomio, ma non si raggiunge nemmeno il centinaio, quindi è tutto sotto controllo. Il prezzo è molto semplice: dare l’idea a qualcuno di poterti contenere.

Esponendoti, ti rendi vulnerabile. E dunque c’è chi ti pensa quando vede un disegno di Matisse e chi ti prende per il culo perché sei troppo dipendente dai social (mentre loro che guardano ma non scrivono invece no, eh, loro no). C’è chi non capisce l’impegno che c’è dietro, e che se lo capisse sarebbe anche peggio.

Il risvolto inaspettato è questo: le persone ti incontrano e ti dicono che ti leggono sempre (e io non me l’aspetto, perché i like non è che fiocchino proprio, eh), o che amano i tuoi disegni o che ti trovano “un’intellettuale” (grazie, zia). Lo schermo del computer e del telefono si spaccano in mille pezzi e nella vita in 3D le persone hanno addirittura il coraggio di dirti che ti stimano o che ti vogliono bene o che vogliono che tu stia bene.

E io so, so benissimo che dovrei esserne felice ma ho la sindrome dell’impostore e penso di non meritarmelo. Mi guardo attorno e mi dico “sì, vabbè, ma potrei fare meglio, potrei fare di più” e scivolo via, nelle turbe dei vent’anni che pare non finiscano mai, come fuori al Museo del Tessuto, dopo aver preso il biglietto gratuito per entrare a vedere la mostra Sognatori Anonimi.

Lì ci sono anche quattro miei disegni. Ci ho messo mezz’ora per trovare il coraggio di guardarli negli occhi.

Sampietrino

So quanto è difficile starmi accanto, perché mi sto sempre dentro e non sempre ce la faccio. Per questo sono molto grata a chi mi sta vicino e a chi ha voluto, anche in passato, provare a capirmi (per amore, per curiosità, per qualcosa che ancora non è chiaro).

Sono felice, oggi che la pioggia è appena passata a smussare gli angoli e lucidare i sampietrini, che qualcuno sia rimasto. A volte do per scontata la perdita, che le persone semplicemente smettano di esserci e che, piano, tutti dimentichino. Non è così sciocco pensarlo, se ci si guarda un po’ intorno e si osserva la facilità con cui i giorni semplicemente passano.

Un’iniezione di energia invece quando ci si ferma e si pensa: queste persone ci sono ancora, nonostante tutto, fuori dall’inerzia. Nonostante me e nonostante loro, si sono in qualche modo opposte, hanno puntato i piedi.

C’è qualcosa che ci lega e ci riporta vicini, dopo una serie di traversie. Non ci capivamo, probabilmente non ci capiremmo tuttora, ma adesso parliamo una lingua simile perchè nostre cicatrici si somigliano.

Vogliamo esserci.

Mi affaccio all’altissima finestra della camera da letto e rabbrividisco (quasi non ci credo). C’è un cielo nero picchiettato di nuvole e una luna gialla che sbuca qua e là.

Questo è il punto? Avere un proprio spazio e la sensazione che tutto quello che non era proprio a portata di mano ce lo siamo fatto sfuggire?

 

 

 

il sub

Quella volta che mi hai detto una bugia, mi dicesti: – io? io mai.-

Perché mentisti lo capisco solo ora, dopo tanti anni. Anche se non posso certo darti torto, nemmeno riesco a darti ragione.

Con questi quattro centimetri in più che il coraggio mi ha dato, che l’abbandono di una narrazione mediocre di me e l’approdo su una landa deserta ma piena di tracce preziose mi hanno dato. Con questi quattro centimetri mi permetto, finalmente, di osservare coloro che indugiano all’uscio con una ferma flemma.

A volte mi fanno tenerezza, altre mi fanno rabbia.

A volte mi sento sola, molto semplicemente.

Mi guardo attorno e, stringendo la maschera e il boccaglio, non so a chi chiedere non dico di andare, ma quantomeno di guardare sotto. Più passa il tempo più la distanza tra le persone si fa opaca, i loro corpi inafferrabili.

Comunichiamo a gesti socialmente appropriati, affinati da episodiche sconfitte e tragiche disfatte (inquantificabili i successi, ahimè). Comunichiamo con sorrisi relativamente sinceri e mani disadatte. Sigarette e bicchieri, in una piramide destinata al collasso. A scimmiottare una Babele in cui non crede nessuno.

Va tutto bene, siamo tutti calmi, ma chi se lo fa un giro qui sotto? Ci sono le stelle marine e gli sconcigli.

No, grazie, magari un’altra volta. Non è che ho paura di qualcosa, è che non ne vale la pena. Non ne vale la pena più.

Meglio stare tranquilli qui, al sole. No?

Quando vedo questo mi viene ancora più voglia di immergermi, perdo ogni remora e mi carico sulle spalle le bombole. I miei occhi non vedono, ma qualcos’altro mi aiuterà a farmi strada.

Se così non fosse, sticazzi. Mi prenderanno sirene e tritoni.

Immagine

Sono cresciuta in mezzo ai libri. Mia madre, prima di diventare dipendente dal pc prima e dallo smartphone poi, era una divoratrice di best seller e tomi giganti. Con suo marito hanno continuato a rimpinzare la casa di libri, che poi puntualmente l’enorme Weimaraner che hanno preso da un annetto si è divorato (non tutti, solo quelli sugli scaffali più bassi). Molti sono allora stati rinchiusi nella mia stanza, che era già considerata deposito, anche da me.
Sono cresciuta adorando i libri, sostituendoli alle amicizie che non riuscivo ad instaurare da bambina: figlia unica dal carattere forte, poco malleabile e molto incline alla polemica.
Ho passato le estati con le mie nonne, ma soprattutto in compagnia dei libri, che hanno occupato ogni spazio che ho abitato. I miei obiettivi erano molto semplici.
Dal momento che mi sentivo bruttina ed ero trattata come tale, i libri mi facevano vivere una bellezza che non era mia o un’intensità in cui potevo riconoscermi, lontano da una vita banale da preadolescente.
Il secondo obiettivo, molto meno sano, era quello di “formarmi”. Volevo imparare tante cose, più cose possibile attraverso la letteratura, e diventare migliore.
Per quanto normali e allo stesso tempo astrusi possano essere questi desideri di bambina prima e ragazzina poi, devo ammettere che il risultato non è stato poi così pessimo e spesso mi scopro addosso dei pezzi di quei pomeriggi solitari passati a collezionare parole.
Circa due decenni dopo però, devo ammettere che è stato durante una di queste estati che si prospettava come al solito (mare, solitudine e letture) che ho cominciato a sentirmi bella. Una sensazione che è proseguita poi, con alti e bassi, fino ad oggi.
Ho sempre saputo che “la bellezza non è importante”, “l’importante è come sei dentro” e tutte quelle menate filoreligiose (sii buona, caritatevole) contenute in tanta letteratura per bambini e adolescenti, ma avrei dato qualunque cosa per sentirmi carina o apprezzata, prima o poi. Sì, bello essere intelligente, ma guardata con ammirazione per qualcosa che non fosse un pensiero “più maturo della mia età”, mai?
Ed ecco che due specchi hanno cominciato a sorridermi, a casa di mia nonna. Un po’ vecchi, spesso appannati, hanno cominciato a dirmi che stavo diventando una donnina e, da un certo punto di vista, stavo diventando perfino bella.
A quel punto riuscii anche a capire meglio l’interesse di qualche ragazzino, certi apprezzamenti mascherati da attenzioni strane, quella volta che A. era rimasto apposta più a lungo fuori al parco, senza un motivo apparente. A loro fregava il giusto che avessi letto Jane Eyre.
E io? Avevo solo bisogno di smettere di sfuggirlo e di riuscire a vedere che lo specchio, specchio specchio delle mie brame, aveva smesso di farmi le smorfie da tempo e ora mi guardava con curiosità.
Ancora oggi, dopo tanti anni e tanti specchi, quei due sono sempre i migliori: anziani e gentili con la mia immagine.

cera e cenere

Mi amerai anche quando

La vita smetterà di farci male

E Non ci sarà più un lato

Per cui schierarsi

Né una trincea dietro la quale

Stringerci le mani

Mi amerai anche quando

Le rughe indicheranno solo cenere di sorrisi

E ci sarà un cammino limpido,

Definito

Perché segnato da passi compiuti

Mi sarai accanto io lo so

Ma come? I tuoi occhi guarderanno i miei

Ovvero

si poseranno sugli stagni dei silenzi

Come libellule leggere color smeraldo

Né troppo né poco ma abbastanza

Mi amerai ancora, lo so

Quando le parole da dire

Saranno già scolpite nella cera

E i nostri volti bronzei

facce dell’ultimo eterno Giano

sono come la mia cucina

piena di pezzi che non c’entrano un cazzo

c’è lo scolapasta di plastica verde, morbido che si piega

me l’ha comprato mamma “è comodo per i traslochi”

c’è la ciotola che sembra di vetro di Murano, dura

dall’aspetto di fragola

la spazzola per strofinare i piatti incrostati, ché me l’ha insegnato

P., fa schifo a tutti, ma io la trovo giusta

ho venti strofinacci di nonna e zia, più uno rubato a Prato

ho mestolo e forchettone di legno a forma di giraffa,

l’imbuto a forma di lumaca,

il timer a forma di gatto.

Sono come la mia cucina, uno zoo.

Ci sono pentole mie, di mia zia, del padre di R.

I cucchiai d’argento dell’altra nonna,

la saliera e la pepiera (ragalo di N. e M. da Barcellona),

ci sono gli avogadi

coi loro semi spaccati

e i loro gambi altissimi, scostumati.

Sono come la mia cucina

la luce m’acceca e mostra tutti i difetti,

il caffè incrostato sui fuochi, un solo guanto di plastica,

la spazzatura in bella vista.

Sono uno zoo e un incontro di strade

un crocevia colorato

ti fermi un po’?

Ti faccio un tisana allo zenzero.