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Sometimes I draw, sometimes I write.

Azzurro

Sono ancora bambina e ho sempre bisogno di conferme. Ma tu non me ne dai, mi sorridi e mi guardi con gli occhi vispi e il fare sicuro di chi sa, ma non dice. Imparerò a non avere bisogno di conferme in tante cose, ma sarà comunque bellissimo averne. Sentirmi amata quando, ormai adulta, ti incontro e ogni volta mi dici che sono brava e bella e che sto facendo grandi cose. Che, anche se non ci vediamo mai, mi senti vicina e mi segui ed è come non essere mai uscita dal tuo studio pieno di libri e piante e domande.

Sapere che avresti letto ogni riga che avrei scritto, che avresti guardato sorridente ogni linea che avrei tracciato, era una mano sulla spalla che sentivo chiaramente, sempre. Io, che mi lamento stupidamente d’essere sola e anche stavolta mi vergogno di non aver capito che sola non lo sono stata mai.

Mi sono chiesta se avesse senso scrivere queste parole e lasciarle qui. Mi sono risposta che, se tu sei sempre stato un mio lettore, un motivo ci sarà e non posso certo arrendermi ora.

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the mystery of love

Amore mio, mi manchi

La tua presenza è l’assenza di quei giorni

La tua assenza di quei giorni è il motivo per cui sei qui

Ha un senso quello che ti dico?

Quando mi accarezzavi e non mi vedevi che attraverso

E ti toccavo troppo

E tu ridevi senza imbarazzo

Mentre ero terribilmente seria

Era già tutto finito?

Amore mio dove sei

Non t’ho mai scelto, né voluto

Se avessi potuto t’avrei cacciato

Ma la verità è che le tue mani mi salvavano la vita ogni giorno

Quel minuto in cui, con ogni scusa,

mi accompagnavi negli androni di palazzi vuoti

pieni di bolle e questioni irrisolte

quello è il tempo al quale ancora mi appendo

quando non ti trovo più

nella tazzina del caffè, nei panni umidi stesi in bagno

nelle strade troppo lunghe che separano i pranzi dalle cene

negli aperitivi che come esche

tirano fuori il pesce dall’acqua torbida

amore mio, ti amo?

O è solo un nome che chiamo quando ho paura?

Quando non sento più le punte delle dita?

Non mi è mai nemmeno piaciuta la parola amore

Ma tu eri mio, almeno

Lo sei ancora?

Come posso sapere cosa sei tu se non so che sono io

Caro amore, la verità non può che essere immaginata

Non perderti, perché non saprei più dove cercarti

 

 

colonna sonora suggerita

 

l’ora d’aria

Ciro a Mergellina, lo Chalet, è aperto dal 1952.

Stasera ero lì come “stampa”, per Livenet. Dopo aver ascoltato il proprietario raccontare il suo lavoro e dopo aver mangiato una serie di pietanze da non dimenticare (la mela stregata, ottima), mi sono alzata dal tavolo sazia e serena.

Si gelava, davvero. La ragazza che era con me non mi ha mai detto il suo nome ma mi ha portato alla fermata del bus a Piazza Sannazzaro. Era buio e tirava ventissimo, ma la piazza era di una bellezza abbacinante: la sirena, come sempre, mi salutava da lontano.

Come faceva quando da bambina ci passavo con mio padre e gli facevo fare sempre un giro in più, perché la dovevo vedere bene.

La ragazza mi faceva un sacco di domande e io la sommergevo di opinioni miste a ricordi. Avevo voglia di parlare, mi sembrava di non aprire bocca da mesi.

Era curiosa, credo, spero, ma in realtà non lo so. Mi ha detto di prendere al volo un autobus EAV, mi ha chiesto come mi chiamo ma non ho fatto in tempo a ricambiare. Forse voleva sbarazzarsi di me. Come darle torto, in fondo?

Sul bus una ragazza in vena di socievolezze mi ha spiegato dove avrei fatto bene a scendere (piazza Vittoria, dove sarebbe scesa anche lei). Siamo finite a parlare di cumana e le ho raccontato che “ai miei tempi” passava ogni dieci minuti.

Un altro mondo davvero.

Siamo scese e abbiamo iniziato a parlare del Genovesi, che aveva frequentato anche lei, e di professori che sono ancora lì (sono passati 14 anni). Non riusciva a capire la mia età e titubava. Nemmeno io capivo la sua età, ma mica era un problema.

Ci siamo salutate e non ho saputo nemmeno il suo nome. Subito mi ha chiamata R. e ci siamo messi a scherzare su cose per le quali ridiamo solo noi.

Il cerchio si chiude, i ricordi diventano troppi, i pensieri arrivano a cascata, la bellezza non è facile da descrivere (soprattutto se riflessa nei sampietrini umidi). Succede sempre quando sono sotto al palazzo e non trovo le chiavi e so che i prossimi giorni scorreranno nell’oblio degli obblighi, dello studio, dello sforzo.

Mi sento impotente, che tutto è eccessivo e che la profondità si avvinghia alla solitudine, come l’edera. Ma se non ce la faccio io, non può farcela nessuno.

 

In principio erano le vongole

Mia nonna compra sempre il pesce migliore. In realtà, tutto il cibo che compra viene da lei descritto come “il migliore”. Se glielo chiedi, ma che se non glielo chiedi, ti decanta le lodi di ciò che stai mangiando come se ogni boccone fosse una pepita d’oro picconata fuori da un centinaio d’anni di lavoro.

Nonna ci tiene e spende tantissimo per pesce (e carne, ma della carne m’importa meno perché non la mangio). Si indebiterebbe per il cibo. Il suo criterio è infatti esclusivamente economico: se costa assai è sicuramente fresco.

Tuttavia, non si può dire che sia davvero il denaro il centro del suo discorso. Al contrario, il denaro perde qualsiasi importanza tra le sue labbra e diventa attenzione, cura e amore (il suo e quello del pescivendolo, che la conosce e le dà sempre le cose “migliori”).

Io non lo so se davvero il cibo era di qualità superiore anche prima che lei lo acquistasse, fatto sta che esso diventa davvero un miracolo quando passa nelle sue mani, che lo trasportano in buste (troppo) pesanti fino a casa, per le scale, fino alla cucina dove zia Maria aspetta per compiere il rito divino.

Quand’ero bambina nonna non mi coinvolgeva, ovviamente, nelle sue “trattative” con uomini e donne addetti allo smercio del cibo (trattative che consistevano in: mi dia il migliore, e questo era): io restavo fuori a guardare.

Il macellaio mi ha sempre inquietata, invece il pescivendolo mi piaceva. Rimanevo fuori a guardare le vongole nelle grosse vasche, con le loro antenne, quegli occhietti vispi e quelle code (piedini) veloci. Ero triste per loro, sapevo che fine avrebbero fatto, eppure mi avvinceva guardarle: così sfacciate, così forti, lottavano per la vita con dignità.

Ancora adesso, quando passo accanto ai vari pescivendoli di via Speranzella, ho difficoltà a non soffermarmi. Sono attratta da quelle vasche.

Però se prima era solo vongole, ora penso a mia nonna, che se non c’era niente di migliore preferiva non comprare nulla.

Vorrei imparare ad essere come mia nonna, non sprecare il mio tempo e andare dritta per la mia strada (nonostante un metro e cinquanta che è diventato un metro e sessanta in due generazioni).

Ma io non sono mai stata come lei, e quando volevo un gatto o un cane mi accontentavo di fissare le vongole negli occhi. E quando voglio scrivere il mondo, mi accontento di scrivere me.

 

Il sacrosanto diritto di stare una chiaveca

IL MONDO TI RECLAMA

e, contemporaneamente

ALLA GENTE NON FREGA UN CAZZO DI TE

Non è splendidamente contraddittoria, la qualità della comunicazione oggidì?

L’isolamento, la solitudine, la negatività, il cinismo, l’eccesso di autocritica, il disfattismo, la tristezza non piacciono a nessuno. Nessuno ha voglia che gli venga ricordato che al mondo esiste il dolore (fuorché gli autolesionisti). I pazienti possono sopportare per un po’, gli empatici empatizzano, ma, in generale, le persone fuggono dalla nuvola nera, reclamando invece il proprio sacrosanto diritto a continuare ad essere felici/abbastanzafelici/obnubilati/meh.

E what about il sacrosanto diritto di stare una chiaveca? Perché se uno si è rotto le palle di fingere di essere capacissimo di gestire la vita pubblica con classe e savoir faire, di sorridere sempre o almeno di provarci, di non dire nulla che possa sembrare troppo al di là di una certa normalità, allora arrivano gli angeli della salvezza. Stai male? Perché stai male? Non puoi stare male. È assurdo, è impossibile, è anticostituzionale.

Se stai male tu, poi forse potrei stare male anche io, pensando che c’è effettivamente qualcosa che non va nel mio modo di sopravvivere. Oppure, semplicemente, tu sei una persona negativa, vittimista, depressoide, incapace di godersi la vita.

La tendenza più diffusa è quella della bomba a mano: ti lanciano un consiglio, spesso tranciante, e poi fuggono. Il giudizio aleggia, la preoccupazione anche, ma la presenza scarseggia. Fisicamente, non c’è più nessuno.

E anche se in fondo il tuo obiettivo era proprio quello di essere lasciato in pace, c’è qualcosa che ti puzza in tutto questo silenzio. È un silenzio accondiscendente e spaventato allo stesso tempo, figlio non di una sparizione ma di uno slittamento.

Le persone si sono spostate poco più in là, a discutere non di te, ma del senso stesso del dolore, senza mai afferrarlo, percependone la volgarità e tutti approntando metodi per scivolarci meglio su.

 

(agosto 2015, sottoscritto in gennaio 2018)

s’è perso tutto nella trachea

le chiavi si trovano da sole nella tasca esterna della borsa, dove le metto sempre. Prima toppa, seconda toppa.

Scegliere non è mai davvero una volta sola. A volte ne bastano due, ma certe scelte (le più importanti) richiedono conferma continua.

Ogni giorno il passero che vive nella mia gabbia toracica si ricorda di essere in gabbia.

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Liu Xia, 8 dicembre 2017

亲爱的赫塔 Cara Herta,

我蜷缩成一团 mi piego fino a diventare un gomitolo

因为有人敲响了门 poiché qualcuno ha bussato alla porta

我的脖子开始变得僵硬 il mio collo ha cominciato ad irrigidirsi

我却不能离开 io, però, non posso andarmene

我自言自语 io con me stessa e solo con me parlo

我要疯了 io sto diventando pazza

我那么孤单 io sono così sola

我没有权力说话 non ho il diritto di parlare

大声说话 di parlare a voce alta

我像植物一样活着 io, come un vegetale, vivo

我像尸体一样躺着 io, come un vegetale, giaccio

 

刘霞Liu Xia, 8 dicembre 2017

Buongiorno, F.

Gli piacevano un sacco di cose, ma non lo dava a vedere. Poco trapelava da quei modi gentili, un po’ affettati. E poi, in realtà, diceva quasi sempre di no.

Aveva dei gusti difficili fino a che l’alcool non entrava in gioco, a quel punto potevi proporgli qualunque cosa.

S’immaginava a vivere in Estremo Oriente, da solo, come un eremita. Si è sempre immaginato da solo, anche quando era in compagnia, perché in qualche modo lo faceva sentire migliore, più sottile e impalpabile. Più semplice, così, non scendere a compromessi.

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Pepito

c’è quel piccolo dolore che s’insinua come punta di spillo. Ha la forma del suo musetto che spunta da sotto le coperte, il rumore delle piccole zampe sulle mattonelle del corridoio, la luce dei suoi occhi e la pazienza dei suoi sospiri.

Ho sempre amato gli animali ma Pepe mi ha insegnato il peso della responsabilità di una piccola vita, a me che non ho mai avuto né sorelle, né fratelli, né parente alcuno da accudire.

Tutto questo dolore è uguale a mille altri di mille storie già sentite, eppure è sempre diverso. Ogni perdita si distingue da tutte le altre e allo stesso tempo da se stessa, perché cambia ogni giorno il punto dove colpisce.

Pepe è stato il mio primo e unico cane. Un fratellino, uno stronzetto, un santo.

Tenerlo tra le braccia mi ha insegnato il peso e la forza della fragilità, anche della mia a confronto con la sua vita che scivolava via. Se n’è andato senza aspettarci e lo odio per questo.

E mi stupisce sempre quando ritorna, come uno spillo, in ogni piccolo vuoto che le sue zampe hanno lasciato. Ne parlo solo ora dopo tre anni perché solo ora trovo qualche parola e lo faccio più che altro perché ho finalmente il controllo della tenerezza che mi ha lasciato.

I miei hanno preso un cane bellissimo, Yago che io chiamo Iago. Lo adoro, è grosso e maldestro e pura vita. A volte i miei confondono i nomi e avverto che dimenticano, i contorni sfumano e i ricordi si sovrappongono a memorie fresche e più allegre. Tuttavia, nonostante le sue enormi dimensioni e innegabile fascino, in nessun punto lui può sovrapporsi al nero corpo di Pepe e al solco che la sua piccola ciambella ha lasciato nella piega delle mie ginocchia (uno spazio che sembrava fatto per lui).

Una creaturella che nella mia vita è stata gigante. Chissà se tutto questo ha davvero senso.

Non sarà mai un addio, comunque.

pepe2

l’upupa

quando noi crediamo di essere attraenti, in qualche punto osceno dell’universo

succede che uno squarcio si apra e rigetti luce e accolga calore

la bellezza di essere femminile è l’accoglienza e allo stesso tempo l’invadenza

di un sibilo di vento caldo

se chiudi gli occhi puoi sentirlo

non c’è bisogno d’altro richiamo

l’upupa ricorda in un mattino d’autunno

tu no, ma non importa