Sisifo

Quand’ero piccola e la paturnia maxima prendeva possesso di me, non c’erano i social. Non c’erano, ma in casa avevamo comunque un computer (poi lo comprarono anche a me e lì fu Napoli). Bastavano paint e word e riuscivo ad incanalare tutto, in qualche modo. C’era qualcosa di magico nei pomeriggi passati a disciplinare l’ansia, la tristezza e la solitudine. La paura che solo l’adolescenza porta con sé.

Solo che quella poi non ti lascia mai, ti rimane seduta accanto, a farsi i fatti suoi e sei tu che devi imparare a non farci caso, a raccontarti delle storie. A usare il computer, perché bastano anche solo word e paint, certe volte.

Adesso quando arriva la paturnia maxima sotto forma di ansia per avere già 31 anni e non aver ancora ottenuto nulla di quello che avresti voluto e che qualcuno, chiunque, avrebbe voluto per te, allora sono cazzi. Gli smartphone e i social in primis sono un problema, perché cominci a scorrere bacheche a caso, feed a caso, ipertesti che si aprono uno dopo l’altro, all’infinito, fino a che dimentichi pure dove sei, veramente. Senza contare che non ricordi quasi nulla di quello che hai letto. In un suo bell’intervento, Louis C.K. dice che questa cosa di comunicare sempre ha come unico scopo quello di non pensare, di non fare i conti con la realtà e i suoi silenzi. Si descrive alla guida, sentirsi terribilmente solo, e accostare per riuscire a piangere. Ci consiglia di piangere, perché fa bene e ci fa riprendere il contatto con la realtà.

A me a volte piace piangere, lo ammetto, perché non capita più spesso come una volta. Una volta poi era imbarazzante, perché lo facevo quando non riuscivo a dire nulla e mi sentivo impotente: grosse lacrime si gettavano giù dai miei occhi come da un palazzo in fiamme.

Ora piango perché sono triste, o perché la vita mi commuove. In ogni caso sono eccessivamente sensibile agli stimoli esterni, tutti. Quando arriva la paturnia maxima, tuttavia, non riesco più a incanalarla così bene come quando ero ragazzina. La paura del futuro è troppo concreta, fisica, così come anche la delusione, il rimorso. Sono abbastanza giovane ancora, eppure tante cose le avrei dovute fare diversamente. Ho sempre sentito troppo il peso della vita, senza averne motivo. Cerco comunque di non fare la fine di Sisifo, di non farmi cadere addosso il solito macigno e non farmi fermare da questo brutto carattere. L’eccesso di pensiero non riuscirà ad appesantirmi le ali, ma non posso far finta che non esista.

Oggi sono riuscita a vincere grazie a questo scritto. Ogni giorno si ricomincia.

 

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Sampietrino

So quanto è difficile starmi accanto, perché mi sto sempre dentro e non sempre ce la faccio. Per questo sono molto grata a chi mi sta vicino e a chi ha voluto, anche in passato, provare a capirmi (per amore, per curiosità, per qualcosa che ancora non è chiaro).

Sono felice, oggi che la pioggia è appena passata a smussare gli angoli e lucidare i sampietrini, che qualcuno sia rimasto. A volte do per scontata la perdita, che le persone semplicemente smettano di esserci e che, piano, tutti dimentichino. Non è così sciocco pensarlo, se ci si guarda un po’ intorno e si osserva la facilità con cui i giorni semplicemente passano.

Un’iniezione di energia invece quando ci si ferma e si pensa: queste persone ci sono ancora, nonostante tutto, fuori dall’inerzia. Nonostante me e nonostante loro, si sono in qualche modo opposte, hanno puntato i piedi.

C’è qualcosa che ci lega e ci riporta vicini, dopo una serie di traversie. Non ci capivamo, probabilmente non ci capiremmo tuttora, ma adesso parliamo una lingua simile perchè nostre cicatrici si somigliano.

Vogliamo esserci.

Mi affaccio all’altissima finestra della camera da letto e rabbrividisco (quasi non ci credo). C’è un cielo nero picchiettato di nuvole e una luna gialla che sbuca qua e là.

Questo è il punto? Avere un proprio spazio e la sensazione che tutto quello che non era proprio a portata di mano ce lo siamo fatto sfuggire?

 

 

 

Immagine

Sono cresciuta in mezzo ai libri. Mia madre, prima di diventare dipendente dal pc prima e dallo smartphone poi, era una divoratrice di best seller e tomi giganti. Con suo marito hanno continuato a rimpinzare la casa di libri, che poi puntualmente l’enorme Weimaraner che hanno preso da un annetto si è divorato (non tutti, solo quelli sugli scaffali più bassi). Molti sono allora stati rinchiusi nella mia stanza, che era già considerata deposito, anche da me.
Sono cresciuta adorando i libri, sostituendoli alle amicizie che non riuscivo ad instaurare da bambina: figlia unica dal carattere forte, poco malleabile e molto incline alla polemica.
Ho passato le estati con le mie nonne, ma soprattutto in compagnia dei libri, che hanno occupato ogni spazio che ho abitato. I miei obiettivi erano molto semplici.
Dal momento che mi sentivo bruttina ed ero trattata come tale, i libri mi facevano vivere una bellezza che non era mia o un’intensità in cui potevo riconoscermi, lontano da una vita banale da preadolescente.
Il secondo obiettivo, molto meno sano, era quello di “formarmi”. Volevo imparare tante cose, più cose possibile attraverso la letteratura, e diventare migliore.
Per quanto normali e allo stesso tempo astrusi possano essere questi desideri di bambina prima e ragazzina poi, devo ammettere che il risultato non è stato poi così pessimo e spesso mi scopro addosso dei pezzi di quei pomeriggi solitari passati a collezionare parole.
Circa due decenni dopo però, devo ammettere che è stato durante una di queste estati che si prospettava come al solito (mare, solitudine e letture) che ho cominciato a sentirmi bella. Una sensazione che è proseguita poi, con alti e bassi, fino ad oggi.
Ho sempre saputo che “la bellezza non è importante”, “l’importante è come sei dentro” e tutte quelle menate filoreligiose (sii buona, caritatevole) contenute in tanta letteratura per bambini e adolescenti, ma avrei dato qualunque cosa per sentirmi carina o apprezzata, prima o poi. Sì, bello essere intelligente, ma guardata con ammirazione per qualcosa che non fosse un pensiero “più maturo della mia età”, mai?
Ed ecco che due specchi hanno cominciato a sorridermi, a casa di mia nonna. Un po’ vecchi, spesso appannati, hanno cominciato a dirmi che stavo diventando una donnina e, da un certo punto di vista, stavo diventando perfino bella.
A quel punto riuscii anche a capire meglio l’interesse di qualche ragazzino, certi apprezzamenti mascherati da attenzioni strane, quella volta che A. era rimasto apposta più a lungo fuori al parco, senza un motivo apparente. A loro fregava il giusto che avessi letto Jane Eyre.
E io? Avevo solo bisogno di smettere di sfuggirlo e di riuscire a vedere che lo specchio, specchio specchio delle mie brame, aveva smesso di farmi le smorfie da tempo e ora mi guardava con curiosità.
Ancora oggi, dopo tanti anni e tanti specchi, quei due sono sempre i migliori: anziani e gentili con la mia immagine.

cera e cenere

Mi amerai anche quando

La vita smetterà di farci male

E Non ci sarà più un lato

Per cui schierarsi

Né una trincea dietro la quale

Stringerci le mani

Mi amerai anche quando

Le rughe indicheranno solo cenere di sorrisi

E ci sarà un cammino limpido,

Definito

Perché segnato da passi compiuti

Mi sarai accanto io lo so

Ma come? I tuoi occhi guarderanno i miei

Ovvero

si poseranno sugli stagni dei silenzi

Come libellule leggere color smeraldo

Né troppo né poco ma abbastanza

Mi amerai ancora, lo so

Quando le parole da dire

Saranno già scolpite nella cera

E i nostri volti bronzei

facce dell’ultimo eterno Giano

La procedura.

29 marzo 2017

Inizio oggi. Fa caldo nel treno.

Inizio oggi un percorso di liberazione, inizio la procedura.

Fuori il tempo è bizzoso: al mattino, freddissimo. Verso mezzogiorno, caldissimo. Sbalzi fino alla sera fresca, freschissima e ventosa. Mamma, dove sei?

Perché non mi rispondi come si faceva ai tempi dei piccioni viaggiatori? Sarebbe bello vedere un uccello arrivare alla mia finestra, con una lettera scritta di tuo pugno. Mi fa male la mano, non siamo più abituati a scrivere.

I telefoni e gli smartphone e i computer ci spacciano messaggi senza corpo.

 

31 marzo 2017

 

Cara mamma

cara io, carissima

tutta cara

volevo dire che ancora non funziona.

è come sprofondare.

 

per questo

4 aprile 2017

Cara mamma, ora capisco perché la gente preghi IDDIO.

Ci sono momenti in cui la forza non c’è, la voglia ancora meno, e vorresti solo dormire. DORMIRE.

A patto di fare sogni tranquilli, altrimenti anche dormire è inutile. Perpetua l’angoscia. Io mica lo so perché scrivo a te, proprio a te, che non capirai.

forse proprio per questo.

 

7 aprile 2017

la procedura ha i suoi alti e bassi, le sue pene, le sue penne.

Mi sforzo. Mi esalto. Insegnare mi annulla le preoccupazioni e per quel tempo io sono io. Tiro fuori le cose più belle. Poi finisce e si ricomincia.

Tutto passerà, come il flusso del fiume Bisenzio i cui argini sono consumati dalle nutrie

Le mie nutrie sono alacri, impegnate con me nella distruzione pro costruzione.

Il vuoto è l’unico modo

per il pieno

di esistere.

 

 

 

uccellini.jpg

 

12 aprile 2017

Matita marrone. Così, senza motivo. Sarà un quaderno colorato, una procedura multicolore.

 

 

 

aprile, una data qualsiasi.

La procedura continua a non funzionare. Forse sbaglio qualcosa. Ho bisogno di una guida, non dell’indipendenza. Ho bisogno che qualcuno mi dica esattamente cosa fare, o almeno da dove cominciare, per gestire il mucchio di roba che ho.

Temo il giorno in cui non ci sarà nulla da dire o da fare, che sarà troppo tardi. Capisci? Dici sempre di avere rimpianti, io per ora non ne ho nessuno ma alla fine chi lo sa.

 

3 maggio 2017

Cara mamma, forse sbaglio qualcosa. ANZI: sicuramente. Non esiste un’origine del mio male, più la cerco più mi sfugge. Invece esistono tanti motivi per un bene di qualità superiore, una felicità dispersa e non spendibile.

Eppure non riesco. La stanchezza e le cose da fare mi devastano dall’interno. Qualcosa deve sparire affinché io riesca a vedere chiaramente. C’è un traliccio che mi blocca la visuale.

 

10 maggio 2017

sono riuscita a darmi soddisfazione facendo di più del previsto. Così mi piaccio, ma non va bene. Vero? Se mi vedesse la me bambina mi abbraccerebbe e mi direbbe: stai tranquilla.

Lei a me, lei a me.

 

15 maggio 2017

Dicevano che sarebbe stato diverso, credo. Lo dicono sempre ma non ascolto mai. La procedura è diventata arudecorp, corpa rude, corparughe, tartarughe?

Il bello di queste cose è l’ordine. E se l’ordine viene a mancare, cosa rimane se non un mazzo di fiori.

21 maggio 2017

Il tempo non si calma. Normale amministrazione in un altro luogo e in un altro tempo. (di marzo, ma siamo già a maggio).

La proceduta l’ho abbandonata, non aveva effetti. Dovevo insistere, lo so, ma è una cosa che non amo più.

Insistere non è mai servito a nulla.

 

Gea

Torni a casa e ti smonti

Pezzo dopo pezzo

Pelle tira colore spande

Perde grammo dopo grammo

il colore comprato durante il giorno

a peso d’oro, argento e mirra

Normale la risposta dei pori,

che si dilatano nell’incontro col calore

sotto a chi tocca

sotto tutto

si nasconde la purezza incerta

strato dopo strato

al centro pulsante d’ogni dubbio

rimango io

 

amarene

ho sempre avuto grandi difficoltà a chiudere

eppure, una volta giunta al punto di non

ritorno? no, no, ma apprezzo il gesto

mi è facile dimenticarti, dimenticare,

forse è il mio pregio più grande, il nulla mi divora

e scordo le immagini portatrici di bellezza bifronte

(la bellezza è sempre anche un dito a culo)

chi se ne frega

è tutto presente, grandissimo, magmatico e fluo

lo gestirò tutto, con gli occhiali da sole

tu dicevi tante cose che ora sono in tante belle teche

appese al muro come farfalle crocifisse

sono diventate divinità, che non prego se non di domenica

non sono stata neanche una buona nemica

non sono stata neanche una brava persona

ma ora, davvero, è tutto risucchiato in un morbidissimo

yogurt bianco

crolla sul fondo, abbandonato, a farsi recuperare

sarebbe facile, acre e dolce

Questa cosa che tu sparisci

Questa cosa che tu sparisci

Questa cosa che tu non torni

Questa cosa che tu lenisci

Manco le piaghe dei pochi giorni

Passati insieme a chiederci se mai

Questa cosa che tu non chiami

Questa cosa che tu non sai

Questa cosa che tu rimani

Solo il tempo di stringermi forte

Solo il tempo di nutrire timore

Fossero solo le mie mani storte

Arricciate al pensiero che le nostre ore

Passate a contenere le tachicardie

Siano solo un fatto mio e nient’altro

Le mie paure, le mie ansie, le mie

Voglie, altro non sono che un trucco scaltro

Per guardare tutto col giusto distacco

Che tu non torni, che tu sparisci

che tu mi guardi e che io taccio

Accada ciò che tu più gradisci

Che i nostri giorni diventino cose

Le parole trovino un binario

i sentimenti soltanto pose

su cui, infine, cali un sipario

Metà del mio dovere

Quando avrò (o adotterò, che non è proprio la stessa cosa, ma un figlio è) un figlio, e lui mi dirà che proprio non gli piace studiare, anzi mi dirà proprio “mamma, a me studiare fa cagare!”, io non le dirò stai zitta, non la manderò in castigo né piangerò lacrime amare per quella figlia degenere.

Penserò che ha ragione, che studiare può far davvero cagare.

Può essere orribile, quando sei piccolo piccolo e ti senti morire, perché vorresti andar fuori, che c’è il sole. Quando non ti fanno capire che c’è un tempo per ogni cosa (e quando sei piccolo il tempo per giocare deve mangiarsi tutto quanto). Mi piacerebbe spiegarle che si può studiare giocando e che lo studio ti può aiutare, eventualmente, a divertirti di più quando giochi.

È orribile sentirsi incatenati a un banco, bocca cucita, senza sapere perché, dover studiare su testi brutti, obsoleti, che dicono cose false o scritte male. Con insegnanti stanche, stressate da una vita cattiva, che non riescono più a trovare gioia negli sguardi bambini, per motivi che nulla hanno a che vedere con i bambini.

Studiare fa cagare se l’insegnante diverso, quello con idee nuove ed esaltanti, viene irreggimentato, gli vengono tarpate le ali come a colomba domestica, e farà quel che potrà, con mezzi d’occasione. È arido studiare se la scuola diventa una mostra, uno struscio, ingolfata di bolle di sapone.

Sicuramente, è uno schifo studiare se a te sui libri proprio non piace stare, che ti senti male, e nemmeno il mentore più illuminato riesce a convincerti. Perché nei libri non trovi le risposte che cerchi, nel linguaggio che ti è più congeniale. E scopriremo tutti presto o tardi che quel libro, forse, devi essere tu ad insegnarci come scriverlo.

Potrei rispondere tante cose, a questa mia figlia che non c’è, ma non potrei mai dirle che, se non le piace studiare, è perché è scema, o perché Dio mi vuole male. Non potrei dirle (e dirmi) che è esclusivamente colpa della maestra, o del preside, o della legge di taldeitali.

Potrei, ora che ci penso, soltanto dirgli che invece io studiare l’ho amato. E ho incontrato persone buone e capaci, ma anche tante merde. Che ho avuto parecchi bastoni tra le ruote e che lo studio non è facile, perché è costellato di emozioni esaltanti, ma più spesso si impantana nella solitudine più profonda. Le direi che più vai avanti e più è così, ma non bisogna arrendersi, soprattutto se hai la fortuna di avere le persone giuste accanto.

In fin dei conti, so che se si presentasse uno scenario di questo tipo, nel ruolo di mamma farei tutto il possibile per capire una creatura tanto diversa da me, perché, per quanto ne so, lo studio è sempre stato la cosa più naturale che ci sia.

Ma se i miei ricordi sono falsati, allora può darsi che qualcuno (o più d’uno), che purtroppo non ricordo più, in un giorno lontanissimo mi ha detto la cosa giusta, mi ha fornito un esempio vivo. Questa miccia, che deve essermi sembrata così bella e così splendente, dopo tutti questi anni, ancora mi dà la forza di arrampicarmi sulla lunghissima scala che mi ha portata fino a qui e che non so ancora dove mi porterà.

Se potessi essere io quella miccia, per lei o per chiunque altro, allora avrei fatto “metà del mio dovere”, come dice la mia mamma.

Tutto

Mi sveglio alle nove convinta che siano le sette. Ho dormito sei ore ogni notte nelle ultime settimane e ieri notte ne ho dormite otto. È un enorme traguardo e solo per questo dovrei tornare a dormire.

Apro gli occhi al rumore della pioggia che batte sulla mia testa. Ho la camera da letto in mansarda, la finestra è proprio sopra di me.

Alzati, devi fare cose, mi dico, come ogni giorno. Mi accontento, alzandomi e ipotizzando una giornata che non avrà nulla a che vedere con ciò che davvero sarà.

Prima di tutto, non si accende il pc. Devo andare a comprare un caricabatterie nuovo, perché ho rotto l’ennesimo, trasportando il computer a destra e a manca in giro per la stanza (tra divano e scrivania, in linea di massima).

Ha smesso di piovere, decido di andare a piedi da Unieuro. Mi sembra vicino, ma, al ritorno, il nuovo telefono mi dice che ho già fatto due km. A quattro km arrivo a consumare le calorie corrispondenti a 0,9 hamburger, mi dice. Ma non mangio hamburger, né cosce di pollo fritte (un’altra cosa che vorrebbe farmi smaltire).

Non è successo nulla ed è già ora di pranzo.

Esco, ho un appuntamento con L., per la copertina del suo disco. Gli piace la mia idea ma il cielo è grigio e la luce è terribile. Parliamo delle nostre cose, mi sembra gli piaccia davvero la mia idea. Dice che ho capito il disco e gli fa piacere.

Fa piacere anche a me, anche se mi sembra normale. Anche se ho l’impressione che sia l’unica cosa che so fare, capire le cose.

Allora affare fatto, devo solo stendere i verdi e i grigi. L. mi sorride e sono contenta, nonostante la luce brutta e discorsi che si bloccano nei vicoli ciechi.

Con un grosso zaino a righe mi dirigo verso la Lazzerini. Abbasso la maniglia e un ragazzo mi dice “È chiuso” e si rimette le cuffie. Mi rendo conto che il cortile della biblioteca – pieno- mi ha tratta in inganno: i ragazzi vanno lì perché si sta bene, e basta.

È tranquillo. Ci sono i tavoli, le panchine, il silenzio ed una bella atmosfera di sospensione. Quasi di speranza.

– P., la biblioteca è chiusa, posso venire da te?-

P. ride e mi dice sì, mi aspetta a casa.

Quando arrivo da lei mi rifugio in quella che era la mia stanza. Ora c’è uno studio ed è tutto più bello, elegante, ordinato. P. finisce delle cose e poi esce, lasciandomi sola coi gatti.

Il tempo è costretto a volare. Voglio fidarmi, voglio credere che sia alimentato da buone intenzioni, perché passa un minuto e P. è già a casa, che vuole fare aperitivo.

Torna anche E. e andiamo a bere un bicchiere di qualcosa da Ozne. E. vuole festeggiare e quindi di nuovo da loro, a cena. Si aggrega anche A., è una cena cambogiana.

Voglio sperare che questo sia solo un giorno e basta. Una tantum. Che a un certo punto il tempo si distrarrà e mi lascerà respirare e mi lascerà lo spazio per capire esattamente quello che sta succedendo.

– I tuoi genitori adottivi- dice R., quando gli racconto delle ultime gesta di P. ed E., che mi hanno rapita dalle 18 alle 23.

Sono a casa. Ho tantissime parole in testa e le dita vanno da sé, scegliendo quelle più moderate, pallide. Quelle meno rischiose. Le cancello. Ne scrivo altre, più vere.

Sono, però, inaccettabili. Le cancello ancora e decido di ripercorrere la mia giornata dal risveglio e trovare il momento esatto in cui ho perso il conto. Decido di trovare la crepa nella quale, in questa bella giornata, si è insinuato quel dubbio che ogni giorno riesce a penetrarmi e a piazzarsi alla bocca dello stomaco.

Decido di disinnescare il meccanismo, a posteriori. Di ripulire tutte le tracce del suo passaggio e del mio. Di fabbricare un passato che possa consentire di svegliarmi un’altra mattina con la pioggia battente e trovare la forza di far tacere tutto.

Tutto.