il più fico del mondo

Io sono stata con l’uomo più fico del mondo e per questo non posso stare con nessuno che sia meno fico di lui. Le mie amiche sono d’accordo, anche io sono d’accordo, ma non tantissimo. Io vorrei fare l’amore, ma mi vergogno a dirlo, per cui alla fine rimango sola, nella mia stanza, illuminata la faccia dalla luce del pc di tutte le coppie felici di cui non sono parte.

Lui era il più fico del mondo. Ci siamo lasciati non per colpa mia, non per colpa sua. Le cose non andavano bene e siamo stati sufficientemente maturi da capire che era meglio finirla lì.

Quando stavo con lui mi sentivo, però, così preziosa che lui mi avesse scelta per andare con lui agli aperitivi, alle cene, alle feste, ai concerti.

C’era questa parte, che dovevo reggere fino allo stremo. Dovevo essere un po’ silenziosa, un po’ sfuggente, dovevo dosare le parole e le emozioni, per non sembrare una cretina che dice le cose a caso, che dice la prima cosa che pensa, che parla con frasi fatte emozioni altrui.

Allora facevo bene a stare zitta, credevo.

E invece nemmeno andava bene perché sembravo un’autistica, diceva. Sembravo una con problemi gravi, tipo mentali.

Stavo con l’uomo più fico del mondo, ma io facevo pena, pare.

Tuttavia, ora non posso certo abbassare lo standard. Perché persone come lui non esistono e non esisto più nemmeno io.

Le mie amiche dicono che non posso stare con uno sfigato, adesso. Quando loro si truccano davanti al grande specchio e ridono, mi fanno una grande rabbia. Loro che ne sanno, loro giocano e svolazzano come se la vita non fosse questa. Ma io non sono così, e pure se rido in realtà ho paura.

Ho paura che s’è rotto qualcosa, perché non so più dove guardare che non sia vuoto. L’amore, dice, l’amore. Ma non è così: io sono stata con l’uomo più fico del mondo, ma è finita per colpa mia. Perché io non ero abbastanza, non avevo contorni definiti ma avevo lo stesso troppi problemi.

Adesso sono rotta, possono vederlo tutti. Sentire la puzza di malerba, come la chiama mia nonna, che è buona solo da strappare via. Che si attacca ma non funziona a primavera: quando mi toccano, quando mi guardano, quando mi dicono che sono carina, io non sento niente. Ed è per questo, o perché sono stata con l’uomo più fico del mondo e non posso abbassare i miei standard, che non permetto a nessuno di portarmi a casa.

Penso che dormirò in un letto di fiori profumati e aspetterò che venga l’estate, a coprire questa malerba che sono. A mangiarmi nel profondo. Penso che non ci sia altro modo. Penso che aspetterò, ad occhi aperti, che faccia lei.

 

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Cani (con rime)

Ci sono cani

che portano rispetto

che ti guardano negli occhi, dritto

e si fanno un giretto

dentro senza fare danni

ci sono cani che annusano i tuoi panni

amandoti tanto, ma per poco

ché poi così,

a testa bassa e a coda lenta

com’è iniziato finisce il vostro gioco

 

ci sono cani

a cui non la dai a bere

e poi ci sono quelli

che si fanno fregare

 

con questo io non voglio dire

 

“che i cani salvano la vita

che ti cambiano per sempre

che rimarginano la ferita

che ti curano la mente”

 

io non lo so

chi sono i cani e cosa vogliono

io sono solo un essere a due gambe

troppi pensieri e rime un poco strambe

quello che so

è che a me piace pensare

che i cani ci sono

perché sanno campare

 

 

 

il tuo sorriso

Ho sempre avuto bisogno dei tuoi occhi d’affetto

Su di me impacciata

Su di me imbronciata

Avevo bisogno che credessi nei miei sorrisi di zucchero

Sciolti al primo tocco

Dei miei cristalli multicolore

In un futuro strano, inconcepibile ai tuoi spettri

Ma magnifico e popolato di bestie esotiche

Avevo bisogno di fiducia

E di un grazie senza ma

Di un complimento senza macchia e senza paura

Di un abbraccio senza imbarazzo

Non so quando stare sul tuo petto ha smesso di essere naturale e ha cominciato ad essere un deserto

Di miraggi e gocce e favole della buona notte da registrare

per riascoltare

Ho sempre avuto bisogno di te, della tua forza che era tanto adamantina quanto più molle la mia ostinazione

Distanti di mura più alte ad ogni lacrima

Ad ogni rifiuto di capire

Nell’illusione di un utile, di un funzionale

Ad ogni negazione di quelle sfumature umide

Dove si moltiplicano i miei girini

Ho imparato a non essere mai completamente felice di un successo

Ad abbracciare male e guardare da lontano

Ho imparato a lottare fino a far sanguinare le gengive

Per guadagnarmi il tuo splendido sorriso

un nuovo sole

quando lei ti dice ammazzati

quando il mondo al tuo miglior sorriso

si volta dall’altra parte quando

il giorno ha sostituito la notte ma tu

non te ne sei nemmeno accorta

quando i bicchieri si inseguono

e non si rompono e si riempiono

e ti addormono, una sera ancora

quando pezzo dopo pezzo

il tuo corpo si sfalda sotto il peso

di un cielo

semplicemente

bianco

quando il silenzio fischia

e la morte arriva e ti soffia nei capelli

ti prende pure per il culo, la stronza

quando non esiste una persona felice

sulla faccia della tua terra

e giri giri come una trottola impazzita

tirata via da mano bambina

quando l’orizzonte è solo una tela

disegnata con sangue altrui

allora c’è bisogno di un’artista

c’è più bisogno di un’artista

che trovi il senso

che trovi il bello

che trovi forza da un cazzo di niente

sveglia l’artista

falla ubriacare

facci l’amore

sospirale in faccia tutto il dolore del vuoto

e lascia che sia lei

a cuocerti un nuovo sole

 

 

s’è perso tutto nella trachea

le chiavi si trovano da sole nella tasca esterna della borsa, dove le metto sempre. Prima toppa, seconda toppa.

Scegliere non è mai davvero una volta sola. A volte ne bastano due, ma certe scelte (le più importanti) richiedono conferma continua.

Ogni giorno il passero che vive nella mia gabbia toracica si ricorda di essere in gabbia.

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Sisifo

Quand’ero piccola e la paturnia maxima prendeva possesso di me, non c’erano i social. Non c’erano, ma in casa avevamo comunque un computer (poi lo comprarono anche a me e lì fu Napoli). Bastavano paint e word e riuscivo ad incanalare tutto, in qualche modo. C’era qualcosa di magico nei pomeriggi passati a disciplinare l’ansia, la tristezza e la solitudine. La paura che solo l’adolescenza porta con sé.

Solo che quella poi non ti lascia mai, ti rimane seduta accanto, a farsi i fatti suoi e sei tu che devi imparare a non farci caso, a raccontarti delle storie. A usare il computer, perché bastano anche solo word e paint, certe volte.

Adesso quando arriva la paturnia maxima sotto forma di ansia per avere già 31 anni e non aver ancora ottenuto nulla di quello che avresti voluto e che qualcuno, chiunque, avrebbe voluto per te, allora sono cazzi. Gli smartphone e i social in primis sono un problema, perché cominci a scorrere bacheche a caso, feed a caso, ipertesti che si aprono uno dopo l’altro, all’infinito, fino a che dimentichi pure dove sei, veramente. Senza contare che non ricordi quasi nulla di quello che hai letto. In un suo bell’intervento, Louis C.K. dice che questa cosa di comunicare sempre ha come unico scopo quello di non pensare, di non fare i conti con la realtà e i suoi silenzi. Si descrive alla guida, sentirsi terribilmente solo, e accostare per riuscire a piangere. Ci consiglia di piangere, perché fa bene e ci fa riprendere il contatto con la realtà.

A me a volte piace piangere, lo ammetto, perché non capita più spesso come una volta. Una volta poi era imbarazzante, perché lo facevo quando non riuscivo a dire nulla e mi sentivo impotente: grosse lacrime si gettavano giù dai miei occhi come da un palazzo in fiamme.

Ora piango perché sono triste, o perché la vita mi commuove. In ogni caso sono eccessivamente sensibile agli stimoli esterni, tutti. Quando arriva la paturnia maxima, tuttavia, non riesco più a incanalarla così bene come quando ero ragazzina. La paura del futuro è troppo concreta, fisica, così come anche la delusione, il rimorso. Sono abbastanza giovane ancora, eppure tante cose le avrei dovute fare diversamente. Ho sempre sentito troppo il peso della vita, senza averne motivo. Cerco comunque di non fare la fine di Sisifo, di non farmi cadere addosso il solito macigno e non farmi fermare da questo brutto carattere. L’eccesso di pensiero non riuscirà ad appesantirmi le ali, ma non posso far finta che non esista.

Oggi sono riuscita a vincere grazie a questo scritto. Ogni giorno si ricomincia.

 

Sampietrino

So quanto è difficile starmi accanto, perché mi sto sempre dentro e non sempre ce la faccio. Per questo sono molto grata a chi mi sta vicino e a chi ha voluto, anche in passato, provare a capirmi (per amore, per curiosità, per qualcosa che ancora non è chiaro).

Sono felice, oggi che la pioggia è appena passata a smussare gli angoli e lucidare i sampietrini, che qualcuno sia rimasto. A volte do per scontata la perdita, che le persone semplicemente smettano di esserci e che, piano, tutti dimentichino. Non è così sciocco pensarlo, se ci si guarda un po’ intorno e si osserva la facilità con cui i giorni semplicemente passano.

Un’iniezione di energia invece quando ci si ferma e si pensa: queste persone ci sono ancora, nonostante tutto, fuori dall’inerzia. Nonostante me e nonostante loro, si sono in qualche modo opposte, hanno puntato i piedi.

C’è qualcosa che ci lega e ci riporta vicini, dopo una serie di traversie. Non ci capivamo, probabilmente non ci capiremmo tuttora, ma adesso parliamo una lingua simile perchè nostre cicatrici si somigliano.

Vogliamo esserci.

Mi affaccio all’altissima finestra della camera da letto e rabbrividisco (quasi non ci credo). C’è un cielo nero picchiettato di nuvole e una luna gialla che sbuca qua e là.

Questo è il punto? Avere un proprio spazio e la sensazione che tutto quello che non era proprio a portata di mano ce lo siamo fatto sfuggire?

 

 

 

Immagine

Sono cresciuta in mezzo ai libri. Mia madre, prima di diventare dipendente dal pc prima e dallo smartphone poi, era una divoratrice di best seller e tomi giganti. Con suo marito hanno continuato a rimpinzare la casa di libri, che poi puntualmente l’enorme Weimaraner che hanno preso da un annetto si è divorato (non tutti, solo quelli sugli scaffali più bassi). Molti sono allora stati rinchiusi nella mia stanza, che era già considerata deposito, anche da me.
Sono cresciuta adorando i libri, sostituendoli alle amicizie che non riuscivo ad instaurare da bambina: figlia unica dal carattere forte, poco malleabile e molto incline alla polemica.
Ho passato le estati con le mie nonne, ma soprattutto in compagnia dei libri, che hanno occupato ogni spazio che ho abitato. I miei obiettivi erano molto semplici.
Dal momento che mi sentivo bruttina ed ero trattata come tale, i libri mi facevano vivere una bellezza che non era mia o un’intensità in cui potevo riconoscermi, lontano da una vita banale da preadolescente.
Il secondo obiettivo, molto meno sano, era quello di “formarmi”. Volevo imparare tante cose, più cose possibile attraverso la letteratura, e diventare migliore.
Per quanto normali e allo stesso tempo astrusi possano essere questi desideri di bambina prima e ragazzina poi, devo ammettere che il risultato non è stato poi così pessimo e spesso mi scopro addosso dei pezzi di quei pomeriggi solitari passati a collezionare parole.
Circa due decenni dopo però, devo ammettere che è stato durante una di queste estati che si prospettava come al solito (mare, solitudine e letture) che ho cominciato a sentirmi bella. Una sensazione che è proseguita poi, con alti e bassi, fino ad oggi.
Ho sempre saputo che “la bellezza non è importante”, “l’importante è come sei dentro” e tutte quelle menate filoreligiose (sii buona, caritatevole) contenute in tanta letteratura per bambini e adolescenti, ma avrei dato qualunque cosa per sentirmi carina o apprezzata, prima o poi. Sì, bello essere intelligente, ma guardata con ammirazione per qualcosa che non fosse un pensiero “più maturo della mia età”, mai?
Ed ecco che due specchi hanno cominciato a sorridermi, a casa di mia nonna. Un po’ vecchi, spesso appannati, hanno cominciato a dirmi che stavo diventando una donnina e, da un certo punto di vista, stavo diventando perfino bella.
A quel punto riuscii anche a capire meglio l’interesse di qualche ragazzino, certi apprezzamenti mascherati da attenzioni strane, quella volta che A. era rimasto apposta più a lungo fuori al parco, senza un motivo apparente. A loro fregava il giusto che avessi letto Jane Eyre.
E io? Avevo solo bisogno di smettere di sfuggirlo e di riuscire a vedere che lo specchio, specchio specchio delle mie brame, aveva smesso di farmi le smorfie da tempo e ora mi guardava con curiosità.
Ancora oggi, dopo tanti anni e tanti specchi, quei due sono sempre i migliori: anziani e gentili con la mia immagine.

cera e cenere

Mi amerai anche quando

La vita smetterà di farci male

E Non ci sarà più un lato

Per cui schierarsi

Né una trincea dietro la quale

Stringerci le mani

Mi amerai anche quando

Le rughe indicheranno solo cenere di sorrisi

E ci sarà un cammino limpido,

Definito

Perché segnato da passi compiuti

Mi sarai accanto io lo so

Ma come? I tuoi occhi guarderanno i miei

Ovvero

si poseranno sugli stagni dei silenzi

Come libellule leggere color smeraldo

Né troppo né poco ma abbastanza

Mi amerai ancora, lo so

Quando le parole da dire

Saranno già scolpite nella cera

E i nostri volti bronzei

facce dell’ultimo eterno Giano

La procedura.

29 marzo 2017

Inizio oggi. Fa caldo nel treno.

Inizio oggi un percorso di liberazione, inizio la procedura.

Fuori il tempo è bizzoso: al mattino, freddissimo. Verso mezzogiorno, caldissimo. Sbalzi fino alla sera fresca, freschissima e ventosa. Mamma, dove sei?

Perché non mi rispondi come si faceva ai tempi dei piccioni viaggiatori? Sarebbe bello vedere un uccello arrivare alla mia finestra, con una lettera scritta di tuo pugno. Mi fa male la mano, non siamo più abituati a scrivere.

I telefoni e gli smartphone e i computer ci spacciano messaggi senza corpo.

 

31 marzo 2017

 

Cara mamma

cara io, carissima

tutta cara

volevo dire che ancora non funziona.

è come sprofondare.

 

per questo

4 aprile 2017

Cara mamma, ora capisco perché la gente preghi IDDIO.

Ci sono momenti in cui la forza non c’è, la voglia ancora meno, e vorresti solo dormire. DORMIRE.

A patto di fare sogni tranquilli, altrimenti anche dormire è inutile. Perpetua l’angoscia. Io mica lo so perché scrivo a te, proprio a te, che non capirai.

forse proprio per questo.

 

7 aprile 2017

la procedura ha i suoi alti e bassi, le sue pene, le sue penne.

Mi sforzo. Mi esalto. Insegnare mi annulla le preoccupazioni e per quel tempo io sono io. Tiro fuori le cose più belle. Poi finisce e si ricomincia.

Tutto passerà, come il flusso del fiume Bisenzio i cui argini sono consumati dalle nutrie

Le mie nutrie sono alacri, impegnate con me nella distruzione pro costruzione.

Il vuoto è l’unico modo

per il pieno

di esistere.

 

 

 

uccellini.jpg

 

12 aprile 2017

Matita marrone. Così, senza motivo. Sarà un quaderno colorato, una procedura multicolore.

 

 

 

aprile, una data qualsiasi.

La procedura continua a non funzionare. Forse sbaglio qualcosa. Ho bisogno di una guida, non dell’indipendenza. Ho bisogno che qualcuno mi dica esattamente cosa fare, o almeno da dove cominciare, per gestire il mucchio di roba che ho.

Temo il giorno in cui non ci sarà nulla da dire o da fare, che sarà troppo tardi. Capisci? Dici sempre di avere rimpianti, io per ora non ne ho nessuno ma alla fine chi lo sa.

 

3 maggio 2017

Cara mamma, forse sbaglio qualcosa. ANZI: sicuramente. Non esiste un’origine del mio male, più la cerco più mi sfugge. Invece esistono tanti motivi per un bene di qualità superiore, una felicità dispersa e non spendibile.

Eppure non riesco. La stanchezza e le cose da fare mi devastano dall’interno. Qualcosa deve sparire affinché io riesca a vedere chiaramente. C’è un traliccio che mi blocca la visuale.

 

10 maggio 2017

sono riuscita a darmi soddisfazione facendo di più del previsto. Così mi piaccio, ma non va bene. Vero? Se mi vedesse la me bambina mi abbraccerebbe e mi direbbe: stai tranquilla.

Lei a me, lei a me.

 

15 maggio 2017

Dicevano che sarebbe stato diverso, credo. Lo dicono sempre ma non ascolto mai. La procedura è diventata arudecorp, corpa rude, corparughe, tartarughe?

Il bello di queste cose è l’ordine. E se l’ordine viene a mancare, cosa rimane se non un mazzo di fiori.

21 maggio 2017

Il tempo non si calma. Normale amministrazione in un altro luogo e in un altro tempo. (di marzo, ma siamo già a maggio).

La proceduta l’ho abbandonata, non aveva effetti. Dovevo insistere, lo so, ma è una cosa che non amo più.

Insistere non è mai servito a nulla.