Sarò anche io

Sarò anche io come mio padre,

avrò l’autoironia e avrò anche la sicurezza

avrò la precisione e avrò anche l’umanità

sarò anche io come mia madre

avrò il sorriso e avrò anche la durezza

avrò il senso pratico e avrò anche l’impudenza

Quando sarò grande e adulta

Le persone verranno da me per i consigli

E io andrò da loro per gli abbracci

E si sentiranno a casa, protetti, dalla parte giusta.

Troveranno nido nei miei occhi e nel nido

Troveranno voglia di volare.

Quando sarò grande e adulta

Sarò tutte queste cose e smetterò di chiedermi

Quando succederà

Perché è già successo.

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Cani (con rime)

Ci sono cani

che portano rispetto

che ti guardano negli occhi, dritto

e si fanno un giretto

dentro senza fare danni

ci sono cani che annusano i tuoi panni

amandoti tanto, ma per poco

ché poi così,

a testa bassa e a coda lenta

com’è iniziato finisce il vostro gioco

 

ci sono cani

a cui non la dai a bere

e poi ci sono quelli

che si fanno fregare

 

con questo io non voglio dire

 

“che i cani salvano la vita

che ti cambiano per sempre

che rimarginano la ferita

che ti curano la mente”

 

io non lo so

chi sono i cani e cosa vogliono

io sono solo un essere a due gambe

troppi pensieri e rime un poco strambe

quello che so

è che a me piace pensare

che i cani ci sono

perché sanno campare

 

 

 

il tuo sorriso

Ho sempre avuto bisogno dei tuoi occhi d’affetto

Su di me impacciata

Su di me imbronciata

Avevo bisogno che credessi nei miei sorrisi di zucchero

Sciolti al primo tocco

Dei miei cristalli multicolore

In un futuro strano, inconcepibile ai tuoi spettri

Ma magnifico e popolato di bestie esotiche

Avevo bisogno di fiducia

E di un grazie senza ma

Di un complimento senza macchia e senza paura

Di un abbraccio senza imbarazzo

Non so quando stare sul tuo petto ha smesso di essere naturale e ha cominciato ad essere un deserto

Di miraggi e gocce e favole della buona notte da registrare

per riascoltare

Ho sempre avuto bisogno di te, della tua forza che era tanto adamantina quanto più molle la mia ostinazione

Distanti di mura più alte ad ogni lacrima

Ad ogni rifiuto di capire

Nell’illusione di un utile, di un funzionale

Ad ogni negazione di quelle sfumature umide

Dove si moltiplicano i miei girini

Ho imparato a non essere mai completamente felice di un successo

Ad abbracciare male e guardare da lontano

Ho imparato a lottare fino a far sanguinare le gengive

Per guadagnarmi il tuo splendido sorriso

un nuovo sole

quando lei ti dice ammazzati

quando il mondo al tuo miglior sorriso

si volta dall’altra parte quando

il giorno ha sostituito la notte ma tu

non te ne sei nemmeno accorta

quando i bicchieri si inseguono

e non si rompono e si riempiono

e ti addormono, una sera ancora

quando pezzo dopo pezzo

il tuo corpo si sfalda sotto il peso

di un cielo

semplicemente

bianco

quando il silenzio fischia

e la morte arriva e ti soffia nei capelli

ti prende pure per il culo, la stronza

quando non esiste una persona felice

sulla faccia della tua terra

e giri giri come una trottola impazzita

tirata via da mano bambina

quando l’orizzonte è solo una tela

disegnata con sangue altrui

allora c’è bisogno di un’artista

c’è più bisogno di un’artista

che trovi il senso

che trovi il bello

che trovi forza da un cazzo di niente

sveglia l’artista

falla ubriacare

facci l’amore

sospirale in faccia tutto il dolore del vuoto

e lascia che sia lei

a cuocerti un nuovo sole

 

 

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

di tutto

di tutte quelle ginocchia sbucciate perché non ho mai accettato un no come risposta

di tutte quelle volte che ho cercato il profilo del Vesuvio, le nutrie nel Bisenzio, la coda blu della gazza ladra tra le fronde della Yuyan Daxue, la fine del mondo a Bracciano

di tutti i tramonti insicuri, balbettanti, che sono scivolati giù senza pretendere silenzio

di tutto il nero di quegli occhi, che non ha mai risposto alle mie domande acciambellate in gola

di tutti i sorrisi biondi di mia madre e di mia zia (all’unisono, in ritardo, in anticipo, ma eterni)

di tutti i no che sono diventati sì, per le mie ginocchia sbucciate e mai per le mie lacrime

di tutta la pazienza non mia

di tutti i passi che separano tutti i luoghi in cui ho deciso di resistere un altro giorno

di tutte le notti insonni, passate a bramare la serenità

di tutta la serenità, passata a ricordare le notti insonni

conservo un ricordo tremulo e profondo come un pungiglione d’ape

il sacrificio estremo, l’unico necessario, il filo d’Arianna.

 

 

 

fortuna

quando tutto manca, ma proprio tutto, ho la fortuna di avere le parole. Lo dico spesso, perché spesso mi vengono in soccorso. E quando non funziona ho la fortuna di avere linee e colori che mi escono dalle mani.

 

non esiste silenzio né vuoto

non esiste solitudine né morte

 

la morte, in particolare

è solo una storia che non raccontiamo ai bambini

per non spaventarli

Se voi

se voi non capite niente

niente allora vi comprenderà

Sarete sempre esclusi

da quello che si tiene

nei cespugli e nelle fronde,

prima del tramonto

Alle spalle di un abbraccio

lontani mille miglia dal mare

in cima al colle di un libro a pancia in giù

continuerete a non capire

sazi dei non-pieni e dei non-vuoti

rovesci di medaglie mai ottenute

stanchi, al fronte di voi stessi

 

piccola scheggia

l’amore mio si ferma tra le foglie d’erba

nella brina dell’alba si scuote stropicciando

penne e piume nere lucide

come inchiostro fresco come

getto di seppia

brilla il suo occhio

spalancando il tessuto

splende il suo becco

segnalando al passante

una perpetua

inesauribile ricerca

l’amore mio non guarda ma vede

ogni movimento

sente il caldo della terra, scova

il verme e l’insetto inermi

il mio merlo è un animale irrequieto e solitario

non si nasconde e mai s’avvicina troppo

piccola scheggia negli occhi

che forse non hai visto

 

 

99

Quando WordPress mi ha avvisata che il numero di “followers” del mio blog è arrivato a novantanove mi sono fermata qualche minuto a riflettere sulla reazione che la me di dieci anni fa avrebbe avuto, se l’avesse mai saputo. Di certo non mi avrebbe nemmeno ascoltata.

All’età di vent’anni (circa) ho aperto il primo blog perché chattare e scrivere racconti e poesie sulla “bacheca letteraria” di http://www.chatta.it non mi bastava più. Gente più grande e figa di me parlava tanto di questi blog. – Ho letto il tuo post sul blog- dicevano.

All’inizio pensavo fosse una nuova funzionalità di chatta.it, poi, a spiarli meglio, appresi che avevano tutti un posticino personale su splinder.

Il loro mondo, però, era fatto di continui scambi: una cosa per la quale ero assolutamente inadatta.

Così aprii il mio primo blog su splinder – e allora coniai il nickname “cellardoor”- per me e pochi intimi. Il sito era pubblico, ovviamente, ma non esistevano #hashtag e quindi la gente ti leggeva solo se ti facevi vivo in giro, in qualche modo, o su sponsorizzazione altrui (la dolcissima usanza di mettere i link ai blog altrui nelle colonne laterali della pagina).

Pur essendo nelle colonnine laterali di gente che non conoscevo e pur essendo piuttosto stimata nell’ambiente ristretto, continuavo imperterrita a fregarmene delle regole. E non lasciavo commenti, e non facevo amicizia. Una snob del cazzo che, di rimando, otteneva risposte “social” pari a zero.

Ma mi andava benissimo. Era un tenero onanismo e, se andava bene, una piccola orgetta tra amici. Ma senza smancerie, senza complimenti, quasi senza debolezze.

Così conobbi persone che ancora sento, ogni tanto, e a cui voglio bene come se fossimo stati vicini. Come se splinder fosse stato il nostro giardinetto sotto casa, dove dissotterrare i vermi, sperimentare e dare sfogo agli umori incostanti.

E allora, dopo quasi dieci anni, wordpress mi dice che la stessa identica persona – che non si sa vendere, che non si sa far piacere, che non è pratica, che non è costante nè affidabile e che non si sforza un minimo- ha raggiunto novantanove followers. Oddio, tra questi ci sono agenzie di viaggio e scrittori egomaniaci che appaiano alle loro poesie d’amore un botto di zizze e culi, che non penso mi leggano sul serio.  Però dai, so soddisfazioni lo stesso.

Dai tempi moderni però una cosa devo ammettere che l’ho imparata: gli #hashtag. Quelli sì, quelli li metto, perché un po’ sono cambiata e mi fa piacere che quello che scrivo possa arrivare un po’ più il là del mio facebook-cortile. Certo, sarei falsa se non ammettessi che mi piacerebbe avere un seguito vero, di quelli che di questi tempi ti garantisce il successo di una pubblicazione, ma non me lo merito (per molti motivi), quindi m’accontento di sentirmi dire che le mie poesie hanno smosso qualcuno e che qualche metafora è più o meno azzeccata.

“In fondo, mi è sempre risultato facile bluffare”.

Alcune delle persone che all’epoca erano blogger di punta han fatto belle carriere sfruttando le loro penne sapienti. Altri hanno mollato, e scrivono davvero solo per sé.

Forse un giorno mi prenderò la responsabilità di tutte le parole e mi lancerò in un’impresa degna di questo nome. Penso sempre che quel giorno sarò finalmente libera e che comunque andrà almeno potrò dire di aver tentato.

Intanto, oggi posso alzare la testa, staccare gli occhi dalla vegetazione di questa piccola serra che coltivo da parecchi anni, e ringraziare i miei lettori manifesti e quelli segreti: vi vedo, uno ad uno, come voi vedete me.

Sincerely,

na sfigata.