osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

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di tutto

di tutte quelle ginocchia sbucciate perché non ho mai accettato un no come risposta

di tutte quelle volte che ho cercato il profilo del Vesuvio, le nutrie nel Bisenzio, la coda blu della gazza ladra tra le fronde della Yuyan Daxue, la fine del mondo a Bracciano

di tutti i tramonti insicuri, balbettanti, che sono scivolati giù senza pretendere silenzio

di tutto il nero di quegli occhi, che non ha mai risposto alle mie domande acciambellate in gola

di tutti i sorrisi biondi di mia madre e di mia zia (all’unisono, in ritardo, in anticipo, ma eterni)

di tutti i no che sono diventati sì, per le mie ginocchia sbucciate e mai per le mie lacrime

di tutta la pazienza non mia

di tutti i passi che separano tutti i luoghi in cui ho deciso di resistere un altro giorno

di tutte le notti insonni, passate a bramare la serenità

di tutta la serenità, passata a ricordare le notti insonni

conservo un ricordo tremulo e profondo come un pungiglione d’ape

il sacrificio estremo, l’unico necessario, il filo d’Arianna.

 

 

 

fortuna

quando tutto manca, ma proprio tutto, ho la fortuna di avere le parole. Lo dico spesso, perché spesso mi vengono in soccorso. E quando non funziona ho la fortuna di avere linee e colori che mi escono dalle mani.

 

non esiste silenzio né vuoto

non esiste solitudine né morte

 

la morte, in particolare

è solo una storia che non raccontiamo ai bambini

per non spaventarli

Se voi

se voi non capite niente

niente allora vi comprenderà

Sarete sempre esclusi

da quello che si tiene

nei cespugli e nelle fronde,

prima del tramonto

Alle spalle di un abbraccio

lontani mille miglia dal mare

in cima al colle di un libro a pancia in giù

continuerete a non capire

sazi dei non-pieni e dei non-vuoti

rovesci di medaglie mai ottenute

stanchi, al fronte di voi stessi

 

piccola scheggia

l’amore mio si ferma tra le foglie d’erba

nella brina dell’alba si scuote stropicciando

penne e piume nere lucide

come inchiostro fresco come

getto di seppia

brilla il suo occhio

spalancando il tessuto

splende il suo becco

segnalando al passante

una perpetua

inesauribile ricerca

l’amore mio non guarda ma vede

ogni movimento

sente il caldo della terra, scova

il verme e l’insetto inermi

il mio merlo è un animale irrequieto e solitario

non si nasconde e mai s’avvicina troppo

piccola scheggia negli occhi

che forse non hai visto

 

 

99

Quando WordPress mi ha avvisata che il numero di “followers” del mio blog è arrivato a novantanove mi sono fermata qualche minuto a riflettere sulla reazione che la me di dieci anni fa avrebbe avuto, se l’avesse mai saputo. Di certo non mi avrebbe nemmeno ascoltata.

All’età di vent’anni (circa) ho aperto il primo blog perché chattare e scrivere racconti e poesie sulla “bacheca letteraria” di http://www.chatta.it non mi bastava più. Gente più grande e figa di me parlava tanto di questi blog. – Ho letto il tuo post sul blog- dicevano.

All’inizio pensavo fosse una nuova funzionalità di chatta.it, poi, a spiarli meglio, appresi che avevano tutti un posticino personale su splinder.

Il loro mondo, però, era fatto di continui scambi: una cosa per la quale ero assolutamente inadatta.

Così aprii il mio primo blog su splinder – e allora coniai il nickname “cellardoor”- per me e pochi intimi. Il sito era pubblico, ovviamente, ma non esistevano #hashtag e quindi la gente ti leggeva solo se ti facevi vivo in giro, in qualche modo, o su sponsorizzazione altrui (la dolcissima usanza di mettere i link ai blog altrui nelle colonne laterali della pagina).

Pur essendo nelle colonnine laterali di gente che non conoscevo e pur essendo piuttosto stimata nell’ambiente ristretto, continuavo imperterrita a fregarmene delle regole. E non lasciavo commenti, e non facevo amicizia. Una snob del cazzo che, di rimando, otteneva risposte “social” pari a zero.

Ma mi andava benissimo. Era un tenero onanismo e, se andava bene, una piccola orgetta tra amici. Ma senza smancerie, senza complimenti, quasi senza debolezze.

Così conobbi persone che ancora sento, ogni tanto, e a cui voglio bene come se fossimo stati vicini. Come se splinder fosse stato il nostro giardinetto sotto casa, dove dissotterrare i vermi, sperimentare e dare sfogo agli umori incostanti.

E allora, dopo quasi dieci anni, wordpress mi dice che la stessa identica persona – che non si sa vendere, che non si sa far piacere, che non è pratica, che non è costante nè affidabile e che non si sforza un minimo- ha raggiunto novantanove followers. Oddio, tra questi ci sono agenzie di viaggio e scrittori egomaniaci che appaiano alle loro poesie d’amore un botto di zizze e culi, che non penso mi leggano sul serio.  Però dai, so soddisfazioni lo stesso.

Dai tempi moderni però una cosa devo ammettere che l’ho imparata: gli #hashtag. Quelli sì, quelli li metto, perché un po’ sono cambiata e mi fa piacere che quello che scrivo possa arrivare un po’ più il là del mio facebook-cortile. Certo, sarei falsa se non ammettessi che mi piacerebbe avere un seguito vero, di quelli che di questi tempi ti garantisce il successo di una pubblicazione, ma non me lo merito (per molti motivi), quindi m’accontento di sentirmi dire che le mie poesie hanno smosso qualcuno e che qualche metafora è più o meno azzeccata.

“In fondo, mi è sempre risultato facile bluffare”.

Alcune delle persone che all’epoca erano blogger di punta han fatto belle carriere sfruttando le loro penne sapienti. Altri hanno mollato, e scrivono davvero solo per sé.

Forse un giorno mi prenderò la responsabilità di tutte le parole e mi lancerò in un’impresa degna di questo nome. Penso sempre che quel giorno sarò finalmente libera e che comunque andrà almeno potrò dire di aver tentato.

Intanto, oggi posso alzare la testa, staccare gli occhi dalla vegetazione di questa piccola serra che coltivo da parecchi anni, e ringraziare i miei lettori manifesti e quelli segreti: vi vedo, uno ad uno, come voi vedete me.

Sincerely,

na sfigata.

Milano centrale

Lunghi treni riposano immobili come
Oloturie sul fondo di un mare di poche sorprese
Cammino come un’astronauta
Verso l’ultima carrozza prima del giorno
La luce si affatica nella foschia fuori dal tunnel
Dove siamo racchiusi noi viandanti
Come fiori del nord, il cui colore solo si intuisce
Pallido rosa ad annunciar tempeste
O un tiepido viaggio circolare
Che dal mare al mare
Riporta

Autunno

Speriamo che sia come dici tu

Che le nuvole seguano il vento e che il vento porti la gioia

Speriamo che ad ogni sorriso corrisponda un bacio

E quando saremo stanchi

Dormiremo, come dici tu, abbracciati

Speriamo che sia sempre come tu vuoi

Che ad oggi seguirà, fiero, un domani

E che ciascuna fatica sia solo un solletico

Per il nostro cuore di giunco

E sicuramente è come dici tu

perché

quando lo dici si aprono le finestre

Mi sono chiusa un dito

 

Mi sono chiusa un dito

nel cassetto del timore

l’ho tirato via per quel dolore

che la paura impone quando è già rimpianto

C’ho messo anni a capire

Di amare solo il sonno

all’ombra del tuo cuore pallido

La luce ti passa attraverso come

tra fronde di un albero d’autunno

Mi baciavi il vento che mi sfiorava il petto

Non t’avvicinavi e la paura

era, materialmente, già rimpianto.

Ecco

sul dito è rimasta cicatrice

Delle carezze lasciate poi a venire

Nel cassetto quanto timore,

tanto da tempestarci il mare.

 

 

(pubblicato su Extravesuviana)