Non ho vinto niente

Otto e trenta, suona la sveglia. Qualche minuto per rendermi conto di dove sono. R. dorme accanto a me, russa un po’ ma se glielo dici non ti crede.

Mi alzo che ancora non capisco un cazzo, vado subito in bagno, mi lavo e mi vesto. Intravedo la capa riccia di P. oltre le tende della cucina.

Scambiamo due parole e sto ancora dormendo, tuttavia non prendo il caffè ed esco di casa con le chiavi di una macchina non mia.

Prato è la città dei rischi e delle scoperte. Lo so, sembra strano: una di Napoli, che ha vissuto in Cina, che dice una cosa del genere. Però seguite il mio ragionamento.

Si tratta di tappe, di momenti. La Cina non aveva costruito, aveva distrutto (solo dopo ho capito che c’è bisogno di tabule rase, a volte).

Al ritorno avevo bisogno di dimostrare a me stessa di poter vivere da sola, lontana, con un lavoro che non mi piaceva ma che mi sarebbe sicuramente piaciuto perché la vita è così, bisogna anche fare cose che non ci piacciono. Avevo bisogno di rinunciare a tutto pur di “essere” indipendente eccetera eccetera. Un essere in divenire, che era più una speranza (o un suicidio) che una certezza.

A Prato ho imparato a guidare, che era una delle mie maggiori ansie, e a conoscere veramente una città perché mi ci sapevo muovere sul serio, anche se i nomi delle vie non riuscivo comunque ad impararli.

Sono salita sulla macchina che erano le nove, stamani. Ho avvisato la mia ex collega A. che stavo arrivando ed è iniziata la mia regata per il centro storico.

Porta Fiorentina, via Piave, Piazza San Marco, il ponte sul Bisenzio 1 e il ponte sul Bisenzio 2 (quello che rientra in centro e ti permette di abbracciare con lo sguardo le mura e il campanile di piazza Mercatale, frustandoti coi riverberi del Bisenzio). Ho imboccato la via delle puttane cinesi, che sbadigliavano. Poi il Ponzaglio, viale Galilei e infine il parcheggio Unieuro.

La collega era felice di vedermi, abbiamo chiacchierato. A Montemurlo lei è stata la mia mamma. Protettiva, anaffettiva, frettolosa, furba: proprio uguale alla mia mamma.

Ci siamo salutate e mi sono diretta alla posta. Con calma, mi sono lasciata guidare dai gesti automatici di una strada percorsa per cinque anni.

Arrivata lì ero un po’ emozionata, ma quando sono entrata mi sono resa conto che il tempo non era passato, che avevo ancora il cartellino, che è cambiato nulla nonostante sia cambiato tutto.

Gli stessi pregi, gli stessi difetti stampati così a fondo nella mia memoria da sembrare un sudario. Uno per ogni essere (dis)umano.

Sembrava tutto uno scherzo, una specie di farsa. Tutti a sorridermi, credo sinceramente contenti di vedermi “bene”. Ma sembrava che io mancassi da sempre, che non ci fossi mai stata e, allo stesso tempo, che il mio fantasma fosse ancora lì, sotto una montagna di faldoni o nascosta dietro un carrello di pacchi. Ora è facile sorridermi, era difficile allora. Sarebbe stato un successo allora.

Ma sai, ogni giorno vedi la gente. E poi, a lavoro, siamo tutti lo strumento uno dell’altro.

La verità? No. Non siamo uno strumento manco per il cazzo.

E quindi quando stamattina sono entrata in quello spazio così doloroso mi sono messa lo scafandro. Ho sorriso a tutti, ho fatto ridere tutti, ho guardato le foto dei bambini, dei cani, dei matrimoni. Sono stata sinceramente contenta per tutte le belle novità e scontenta per i trasferimenti desiderati e non ancora arrivati (eh, già).

Ma avevo lo scafandro.

E avevo la risposta pronta.

Quando sono uscita ho tolto tutto e l’ho buttato nell’erba alta. Ho pensato di scrivere questo post per M.A. e C., che salutandomi mi hanno detto (entrambi, ma in momenti e punti diversi dell’ufficio)

mi hanno detto: scrivi.

E allora io scrivo anche per loro, che sono ancora lì. Che combattono ogni giorno, che si svegliano e mettono sui piatti della bilancia una quantità di cose che non riesco nemmeno ad immaginare e alla fine fanno una scelta diversa dalla mia.

Sono salita in macchina e in pochi minuti ero di nuovo a Prato. In piazza delle Carceri gli occhi del piccolo R., che si fanno sempre più furbi, mi hanno sorriso e gli occhi del grande R. mi hanno dato quel solito calore che è un’iniezione di acciaio per la mia volontà.

No, non ho vinto niente: mi sono guadagnata tutto.

 

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la barricata

A vent’anni ero presa dal fuoco della passione per la Cina, il cinese e tutto il resto appresso. Quando cercavo di insegnare a M. poche parole per la sua sopravvivenza a Pechino, lui si infastidiva e una volta mi disse che non ero brava, perché non ascoltavo. Preferiva studiare da solo.

Sono passati tanti anni, e anche se il mio sogno sarebbe la ricerca, la mia vita è ormai indissolubilmente legata alla scuola e all’insegnamento.

A volte, scherzando, dico che ho lavorato a tutti i livelli d’istruzione: mediazione al nido, alla scuola dell’infanzia e alle elementari, docenza al liceo e all’università. Ho tenuto tra le braccia una bimba di pochi mesi che s’era improvvisamente accorta che la mamma non c’era più (è questo lo strazio dell’inserimento) e non voleva altro che una voce dolce che le dicesse qualcosa nella sua lingua materna.

Una creaturina dolce, morbida e disperata che ha smesso di piangere al mio richiamo e nel mio abbraccio.

E poi le decine di pesti di quattro e cinque anni, i curiosissimi piccoli uomini e donne alla scoperta della “scuola dei grandi”. Nel mio essere mediatrice ho imparato a conoscere le maestre, capire il loro impegno e le loro difficoltà. In cinque anni ho acquisito gli strumenti per aiutarle senza essere troppo invadente, senza impormi e rendermi antipatica.

Ho iniziato ad insegnare all’università, dietro una cattedra troppo grande e divorata dalle insicurezze. Adesso la cattedra la tengo alle mie spalle e non riesco più ad esitare, a non sfruttare ogni minuto per costruire qualcosa di più grande di me, con l’aiuto di menti sveglie e brulicanti.

Quest’anno ho anche una classe di ragazzini di quattordici e quindici anni che non riponevano alcuna fiducia in se stessi e alcun interesse nell’inglese. Non è stato semplice e continua a richiedere molta concentrazione, energie ed inventiva. I ragazzi mi danno consigli, mi dicono che devo “mettere paura”, minacciare, ma io preferisco regalare loro rispetto e fino ad ora ha funzionato. Li sto usando come cavie per esperimenti di didattica: è ancora presto, ma ho una bella sensazione.

Se avessero detto che i momenti più belli della mia quotidianità li avrei vissuti pianificando le lezioni, immaginando e poi incrociando occhi curiosi, brillanti e stimolati, non ci avrei creduto. “Lame”, avrei pensato.

Forse avrei avuto ragione, in un certo senso. Sono sempre stata un po’ egoista, per anni ho studiato per piacere, per sete di conoscenza e per nient’altro e per nessun altro. Senza progetti reali, senza sogni che non fossero quello di scrivere e disegnare, magari pubblicare, un giorno.

Edonista, anche. Per questo non mi riconosco, a fare tutti questi sacrifici per pochi spicci e per una vita che la mia famiglia definisce “sbattuta”. Senza futuro, senza concrete possibilità di riuscita. Parlare di ragazzini e ragazzi come fossero i figli che non ho.

C’è una componente narcisistica anche nell’insegnamento, non lo nego: tutti gli approcci didattici innovativi che vuoi, ma si parte dal presupposto di dover trasmettere qualcosa che si possiede. Si crede di avere qualcosa di giusto e bello da dare agli altri.

Tuttavia, devo ammettere di essere definitivamente cambiata, di essere uscita dall’isolamento egotico ed essere passata dall’altra parte della barricata. Di più: sto contribuendo a toglierla di mezzo, pezzo dopo pezzo.

E alla buon’ora, direi, dati i lunghi anni di gavetta a tutti i livelli e l’avvicinamento più che graduale a questa posizione. Ma sono sempre stata lenta a capire le cose.

Mi sento pronta, adesso, a fare buone cose.

the mystery of love

Amore mio, mi manchi

La tua presenza è l’assenza di quei giorni

La tua assenza di quei giorni è il motivo per cui sei qui

Ha un senso quello che ti dico?

Quando mi accarezzavi e non mi vedevi che attraverso

E ti toccavo troppo

E tu ridevi senza imbarazzo

Mentre ero terribilmente seria

Era già tutto finito?

Amore mio dove sei

Non t’ho mai scelto, né voluto

Se avessi potuto t’avrei cacciato

Ma la verità è che le tue mani mi salvavano la vita ogni giorno

Quel minuto in cui, con ogni scusa,

mi accompagnavi negli androni di palazzi vuoti

pieni di bolle e questioni irrisolte

quello è il tempo al quale ancora mi appendo

quando non ti trovo più

nella tazzina del caffè, nei panni umidi stesi in bagno

nelle strade troppo lunghe che separano i pranzi dalle cene

negli aperitivi che come esche

tirano fuori il pesce dall’acqua torbida

amore mio, ti amo?

O è solo un nome che chiamo quando ho paura?

Quando non sento più le punte delle dita?

Non mi è mai nemmeno piaciuta la parola amore

Ma tu eri mio, almeno

Lo sei ancora?

Come posso sapere cosa sei tu se non so che sono io

Caro amore, la verità non può che essere immaginata

Non perderti, perché non saprei più dove cercarti

 

 

colonna sonora suggerita

 

Il sacrosanto diritto di stare una chiaveca

IL MONDO TI RECLAMA

e, contemporaneamente

ALLA GENTE NON FREGA UN CAZZO DI TE

Non è splendidamente contraddittoria, la qualità della comunicazione oggidì?

L’isolamento, la solitudine, la negatività, il cinismo, l’eccesso di autocritica, il disfattismo, la tristezza non piacciono a nessuno. Nessuno ha voglia che gli venga ricordato che al mondo esiste il dolore (fuorché gli autolesionisti). I pazienti possono sopportare per un po’, gli empatici empatizzano, ma, in generale, le persone fuggono dalla nuvola nera, reclamando invece il proprio sacrosanto diritto a continuare ad essere felici/abbastanzafelici/obnubilati/meh.

E what about il sacrosanto diritto di stare una chiaveca? Perché se uno si è rotto le palle di fingere di essere capacissimo di gestire la vita pubblica con classe e savoir faire, di sorridere sempre o almeno di provarci, di non dire nulla che possa sembrare troppo al di là di una certa normalità, allora arrivano gli angeli della salvezza. Stai male? Perché stai male? Non puoi stare male. È assurdo, è impossibile, è anticostituzionale.

Se stai male tu, poi forse potrei stare male anche io, pensando che c’è effettivamente qualcosa che non va nel mio modo di sopravvivere. Oppure, semplicemente, tu sei una persona negativa, vittimista, depressoide, incapace di godersi la vita.

La tendenza più diffusa è quella della bomba a mano: ti lanciano un consiglio, spesso tranciante, e poi fuggono. Il giudizio aleggia, la preoccupazione anche, ma la presenza scarseggia. Fisicamente, non c’è più nessuno.

E anche se in fondo il tuo obiettivo era proprio quello di essere lasciato in pace, c’è qualcosa che ti puzza in tutto questo silenzio. È un silenzio accondiscendente e spaventato allo stesso tempo, figlio non di una sparizione ma di uno slittamento.

Le persone si sono spostate poco più in là, a discutere non di te, ma del senso stesso del dolore, senza mai afferrarlo, percependone la volgarità e tutti approntando metodi per scivolarci meglio su.

 

(agosto 2015, sottoscritto in gennaio 2018)

Sauro il postino

Molto spesso avevo voglia di alzarmi e scappare. Questo non mi rendeva per nulla diversa dai miei colleghi, anzi, mi rendeva esattamente come loro.

A differenza di F., però, non provavo alcun piacere a sfogare le mie frustrazioni sui clienti e nemmeno avevo sempre la prontezza di rispondere a tono quando mi beccavo lo screzio di ritorno. Un do ut des che mi tenevo io, in grembo.

Quando arrivava il cliente che voleva un pacco, perciò, ero sempre contenta perché ciò mi autorizzava ad alzarmi e correre nel back office, col fogliolino (cedolino per il ritiro del pacco) o con nulla in mano.

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il mondo 3D

Ogni tanto le persone mi dicono “grazie” o “complimenti per tutto quello che fai”. Di solito lo fanno quando meno me lo aspetto, quindi vengo presa dall’ansia e dall’imbarazzo, divento verde e blatero cose a caso. Poco dopo sono costretta a dimenticare il tutto perché non mi piace pensare al fatto che non so reagire ai rinforzi positivi.

Attaccami e ti distruggerò, fammi un complimento e mi distruggerai (funziono più o meno così).

Non sono un’ingenua: ho una pagina facebook molto attiva, un twitter in crescita, un buon instagram e questo blog. Mi premuro di non lasciare la mia immagine social scoperta per troppo tempo, mi preoccupo di mantenere sempre una certa coerenza, anche a seconda del mezzo di riferimento. Non fingo, ma studio, pondero, limo. Raramente ciò che dico o faccio è casuale e dunque non dovrei stupirmi se l’immagine di me che dissemino sia esattamente quella che mi torna indietro. L’obiettivo non è proprio questo? Tante volte ho detto che facebook lo uso “per lavoro”, ma quasi nessuno se ne accorge.

Le persone che mi seguono su vari social credono di conoscermi (come io credo di conoscere loro) e vengono a cercare qualcosa da me. Allo stesso modo, la mia immagine viene in mente a loro in diverse occasioni. Ecco, questo è il mio obiettivo.

Non è lavoro, non guadagno soldi da questo (beh, forse qualcosina sì, ma molto poco), guadagno esperienze. Vita, se non proprio felicità. Vengo raggiunta per collaborazioni, vengo ingaggiata per uscite e chiacchierate, vengo trattata come una persona di famiglia da semi-sconosciuti.

Fossero migliaia di persone sarei già in un manicomio, ma non si raggiunge nemmeno il centinaio, quindi è tutto sotto controllo. Il prezzo è molto semplice: dare l’idea a qualcuno di poterti contenere.

Esponendoti, ti rendi vulnerabile. E dunque c’è chi ti pensa quando vede un disegno di Matisse e chi ti prende per il culo perché sei troppo dipendente dai social (mentre loro che guardano ma non scrivono invece no, eh, loro no). C’è chi non capisce l’impegno che c’è dietro, e che se lo capisse sarebbe anche peggio.

Il risvolto inaspettato è questo: le persone ti incontrano e ti dicono che ti leggono sempre (e io non me l’aspetto, perché i like non è che fiocchino proprio, eh), o che amano i tuoi disegni o che ti trovano “un’intellettuale” (grazie, zia). Lo schermo del computer e del telefono si spaccano in mille pezzi e nella vita in 3D le persone hanno addirittura il coraggio di dirti che ti stimano o che ti vogliono bene o che vogliono che tu stia bene.

E io so, so benissimo che dovrei esserne felice ma ho la sindrome dell’impostore e penso di non meritarmelo. Mi guardo attorno e mi dico “sì, vabbè, ma potrei fare meglio, potrei fare di più” e scivolo via, nelle turbe dei vent’anni che pare non finiscano mai, come fuori al Museo del Tessuto, dopo aver preso il biglietto gratuito per entrare a vedere la mostra Sognatori Anonimi.

Lì ci sono anche quattro miei disegni. Ci ho messo mezz’ora per trovare il coraggio di guardarli negli occhi.

cera e cenere

Mi amerai anche quando

La vita smetterà di farci male

E Non ci sarà più un lato

Per cui schierarsi

Né una trincea dietro la quale

Stringerci le mani

Mi amerai anche quando

Le rughe indicheranno solo cenere di sorrisi

E ci sarà un cammino limpido,

Definito

Perché segnato da passi compiuti

Mi sarai accanto io lo so

Ma come? I tuoi occhi guarderanno i miei

Ovvero

si poseranno sugli stagni dei silenzi

Come libellule leggere color smeraldo

Né troppo né poco ma abbastanza

Mi amerai ancora, lo so

Quando le parole da dire

Saranno già scolpite nella cera

E i nostri volti bronzei

facce dell’ultimo eterno Giano

sono come la mia cucina

piena di pezzi che non c’entrano un cazzo

c’è lo scolapasta di plastica verde, morbido che si piega

me l’ha comprato mamma “è comodo per i traslochi”

c’è la ciotola che sembra di vetro di Murano, dura

dall’aspetto di fragola

la spazzola per strofinare i piatti incrostati, ché me l’ha insegnato

P., fa schifo a tutti, ma io la trovo giusta

ho venti strofinacci di nonna e zia, più uno rubato a Prato

ho mestolo e forchettone di legno a forma di giraffa,

l’imbuto a forma di lumaca,

il timer a forma di gatto.

Sono come la mia cucina, uno zoo.

Ci sono pentole mie, di mia zia, del padre di R.

I cucchiai d’argento dell’altra nonna,

la saliera e la pepiera (ragalo di N. e M. da Barcellona),

ci sono gli avogadi

coi loro semi spaccati

e i loro gambi altissimi, scostumati.

Sono come la mia cucina

la luce m’acceca e mostra tutti i difetti,

il caffè incrostato sui fuochi, un solo guanto di plastica,

la spazzatura in bella vista.

Sono uno zoo e un incontro di strade

un crocevia colorato

ti fermi un po’?

Ti faccio un tisana allo zenzero.

La procedura.

29 marzo 2017

Inizio oggi. Fa caldo nel treno.

Inizio oggi un percorso di liberazione, inizio la procedura.

Fuori il tempo è bizzoso: al mattino, freddissimo. Verso mezzogiorno, caldissimo. Sbalzi fino alla sera fresca, freschissima e ventosa. Mamma, dove sei?

Perché non mi rispondi come si faceva ai tempi dei piccioni viaggiatori? Sarebbe bello vedere un uccello arrivare alla mia finestra, con una lettera scritta di tuo pugno. Mi fa male la mano, non siamo più abituati a scrivere.

I telefoni e gli smartphone e i computer ci spacciano messaggi senza corpo.

 

31 marzo 2017

 

Cara mamma

cara io, carissima

tutta cara

volevo dire che ancora non funziona.

è come sprofondare.

 

per questo

4 aprile 2017

Cara mamma, ora capisco perché la gente preghi IDDIO.

Ci sono momenti in cui la forza non c’è, la voglia ancora meno, e vorresti solo dormire. DORMIRE.

A patto di fare sogni tranquilli, altrimenti anche dormire è inutile. Perpetua l’angoscia. Io mica lo so perché scrivo a te, proprio a te, che non capirai.

forse proprio per questo.

 

7 aprile 2017

la procedura ha i suoi alti e bassi, le sue pene, le sue penne.

Mi sforzo. Mi esalto. Insegnare mi annulla le preoccupazioni e per quel tempo io sono io. Tiro fuori le cose più belle. Poi finisce e si ricomincia.

Tutto passerà, come il flusso del fiume Bisenzio i cui argini sono consumati dalle nutrie

Le mie nutrie sono alacri, impegnate con me nella distruzione pro costruzione.

Il vuoto è l’unico modo

per il pieno

di esistere.

 

 

 

uccellini.jpg

 

12 aprile 2017

Matita marrone. Così, senza motivo. Sarà un quaderno colorato, una procedura multicolore.

 

 

 

aprile, una data qualsiasi.

La procedura continua a non funzionare. Forse sbaglio qualcosa. Ho bisogno di una guida, non dell’indipendenza. Ho bisogno che qualcuno mi dica esattamente cosa fare, o almeno da dove cominciare, per gestire il mucchio di roba che ho.

Temo il giorno in cui non ci sarà nulla da dire o da fare, che sarà troppo tardi. Capisci? Dici sempre di avere rimpianti, io per ora non ne ho nessuno ma alla fine chi lo sa.

 

3 maggio 2017

Cara mamma, forse sbaglio qualcosa. ANZI: sicuramente. Non esiste un’origine del mio male, più la cerco più mi sfugge. Invece esistono tanti motivi per un bene di qualità superiore, una felicità dispersa e non spendibile.

Eppure non riesco. La stanchezza e le cose da fare mi devastano dall’interno. Qualcosa deve sparire affinché io riesca a vedere chiaramente. C’è un traliccio che mi blocca la visuale.

 

10 maggio 2017

sono riuscita a darmi soddisfazione facendo di più del previsto. Così mi piaccio, ma non va bene. Vero? Se mi vedesse la me bambina mi abbraccerebbe e mi direbbe: stai tranquilla.

Lei a me, lei a me.

 

15 maggio 2017

Dicevano che sarebbe stato diverso, credo. Lo dicono sempre ma non ascolto mai. La procedura è diventata arudecorp, corpa rude, corparughe, tartarughe?

Il bello di queste cose è l’ordine. E se l’ordine viene a mancare, cosa rimane se non un mazzo di fiori.

21 maggio 2017

Il tempo non si calma. Normale amministrazione in un altro luogo e in un altro tempo. (di marzo, ma siamo già a maggio).

La proceduta l’ho abbandonata, non aveva effetti. Dovevo insistere, lo so, ma è una cosa che non amo più.

Insistere non è mai servito a nulla.

 

“Cinese for dummies” ovvero “La vocazione della formica”

Ero così affascinata all’idea.

Al liceo leggevo manga e mi ero fatta regalare un corso di lingua giapponese (lo so che non c’entra, ma ci arriveremo). Sulle mie pareti tappezzate di scritte, campeggiava un orrido kanji di “amore” e uno di “cielo”.

Così, a diciott’anni, appena diplomata, mi chiesi se non fosse il caso di studiare giapponese.

– No, meglio il cinese. Oramai il giapponese è inflazionato, il cinese non lo studia nessuno-

Disse mio padre. Non era proprio verissimo, ma rispetto alla situazione attuale era di certo una relativa verità.

Insomma, mi iscrissi, ma non ero molto capace.

Per farla breve, al terzo anno, dopo una sonora “bastonata” ricevuta dal lettore (in un libretto universitario composto da soli trenta, quel ventisei spiccava per degrado), decisi di partire per Beijing e frequentare un corso di lingua a tempo pieno.

Ve la farò breve: tornai, feci riconoscere l’annualità come lingua cinese IV, integrando con traduzione, sostenni lingua cinese V e presi trenta e lode. Dopo anni d’affanno, in cui m’ero sentita sempre parecchi passi indietro, chiudevo in bellezza.

Ovviamente scoppiai a piangere, facendo una figura strana. Alcuni pensavano fossi stata bocciata, altri (chi mi conosceva), pensavano le solite cose.

Io pensavo che ce l’avevo fatta, che mi ero impuntata e avevo seguito una strada che non era nelle mie corde: datemi letteratura, filosofia, storia, linguistica e vi solleverò il mondo. Ma le lingue…

Eppure ce l’avevo fatta, con impegno e perseveranza e amore.

Sì, mi ero innamorata del cinese e della Cina. Con la sindrome di Stoccolma a volte sorrido al pensiero delle mie residenze nella Terra di Mezzo.

Del sangue, della bile e dei patemi d’animo.

Per me niente è mai stato facile, purtroppo. Le cose che mi riescono facili non mi hanno mai dato un decimo della soddisfazione che mi danno quelle a cui mi dedico con più ostinazione (e nemmeno mi hanno fruttato una lira).

Quindi mi ostino a gettarmi in sfide immense, consapevole di avere la vocazione di una formica. Se poi qualcuno volesse pubblicare le mie cose, io qua sto eh.