un’altra che farà così

– e sai chi è un’altra che farà così?- mentre parla, nonna sorride e mi guarda. Sua sorella F. si gira verso di me, all’inizio sembra non capire, poi nonna continua – hai presente quelle persone bravissime e intelligentissime che poi non sono capaci di cucinare o pulire casa? Sembra semplice, ma non è semplice per tutti.

Nonna guarda zia F., poi guarda me e all’improvviso teme di avermi offesa. F. sta raccontando della sua consuocera, alla quale la moglie del figlio ha lasciato il bimbo e lei non è riuscita a nutrirlo. Quando la nuora è tornata a casa c’era ancora il biberon intonso e il bambino “rosso dalla rabbia”.

– Che ci vuole???- aveva detto F. – la bocca sta qua, il biberon sta là. Anche un cane sarebbe capace!

La teoria di nonna è che a volte le cose (le procedure) ci sembrano più semplici di quanto realmente siano. Che non c’entra l’intelligenza e che magari questa persona si è fatta mille problemi su come riscaldare il latte, la temperatura esatta.

Nonna vuole essere comprensiva e simpatica, ma mi incupisco. Vorrei offendermi ma dico soltanto – se ce l’ha fatta mamma posso farcela anche io-

Nonna è contenta che io abbia risposto a tono, ma dice – tua mamma era sempre aiutata, non era mai sola.- e guarda zia M., che al momento chissà a cosa sta pensando, nei suoi novantasette anni. Zia non è più in grado, ovviamente, e nemmeno nonna, penso. Mi aggrappo a una serie di pensieri stupidi, cerco di non arrabbiarmi.

Valuto, mi dispiaccio un po’. Quest’immagine che ha tutta la famiglia di me, di una persona che si lascerebbe morire in un letto di libri, di pensieri sradicati dalla realtà, è realistica purtroppo.

E anche R. mi prende in giro, nonostante lui sia come me in un certo senso (meno libri, più serate al pub, vivrebbe di noccioline e taralli). Siamo disordinati, sciatti e permalosi. Tuttavia lui non dà la stessa impressione, quindi rimango solo io, dietro la trincea di libri e cartuscelle, sempre a procrastinare una maturità che è rappresentata dall’essere brava donna di casa, ospite e madre. È difficile e faticoso uscire da un cammino che le tue origini e la tua infanzia hanno tracciato per te, ogni volta che penso razionalmente che dovrei fare determinate cose e quindi ( e se) le faccio sento che c’è qualcosa che proprio non va, nella mia espressione, nei miei gesti. Innaturale, farlocca, aliena.

Ma questa non è una scusa.

Nonna ha ragione, prima di fare una cosa devo studiarla e valutarla e solo dopo approcciarla. Se non passo attraverso tutto questo, rischio di combinare guai.

– e poi fa così, si astrae. Ma a che pensi?- dice mia madre. Siamo altrove, anni luce dalla conversazione con nonna e sua sorella.

– fidati, non è una cosa che vuoi sapere- rispondo. E lei s’immagina chissà che cosa, mentre io volevo solo trasformarci in parole proiettate su uno spazio bianco, di carta o virtuale poco importa. A lei non piace come la scrivo, si sente criticata. Mia nonna dice “quante sciocchezze mi fai dire”, ma ridacchia.

Nella macchina, che procede spedita fino al prossimo nodo di traffico, mamma non smette mai di parlare. Mi fa anche domande, senza ascoltare la risposta (me le ha già fatte, non si ricorda, poi dice che ha l’Alzheimer e non si ricorda, soprattutto, che è sempre stata così). A. sta in silenzio, ma c’è quiete nell’aria, mica come quando ci lanciavamo le cose addosso decenni fa.

– dovresti fare un figlio. Basta pensarci! Tanto c’è la tua famiglia, ci siamo noi, mica sei sola-

– lo dice anche l’osteopata, e il neurologo pure, che c’ho un’età

– ecco, lo dicono anche loro!

Ero sarcastica ma non importa. Qualcosa nella mia testa fa contatto e quindi mi ricordo mia nonna e quella questione terribile del bambino rosso dalla rabbia che non mangia da giorni. Mia madre è lì che dice cose sulla base di un mondo che non esiste più.

La gestione casuale e poi voluta della sua gravidanza è stata coraggiosa, quasi epica per quanto quel mondo mi è lontano, inafferrabile e meraviglioso.

– non esagerare, esageri sempre. Sei negativa, non ti fa bene- la voce di mia madre, che commenta quasi tutto quello che dico così. Ha ragione, non mi fa bene, tuttavia è l’unico modo che conosco per conoscere la realtà: analizzare, soppesare, confrontare.

Per me, c’è chi vive e chi racconta. Io a vivere non sono capace perché a raccontare c’ho passato la vita e non mi ci sono mai abituata.

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La mela

ti cercavo e non lo sapevo. T’ho ritrovato, per caso, pigiando un bottone. Come in quei film di fantascienza scemi, in cui tutto il mobilio è una macchina strana, che apre cassetti, che risolve problemi ordinari.

mi mancavi e non me n’ero resa conto. Allontanavo ogni segnale come fosse un sibilo, una cosa continua e fastidiosa come l’acufene di cui, pure, soffro.

Forse sei tu, quell’acufene. O forse sono io. Fuori di me, che ti spingo negli spigoli, ti spazzo fuori la finestra e tu t’accumuli, senza pensarci su due volte, nei dislivelli e negli incastri.

C’è sempre stata la tua capacità di sdoppiarti, triplicarti, come frutto succoso di mille specchi tra gli alberi. Mai saputo, mai, riconoscere quello giusto. Quello vero.

E mi rendo conto che è così chiaro e che non ci siamo davvero allontanati perché ognuna di queste immagini riflesse e irraggiungibili ha lo stesso valore di quella che ho sempre creduto reale. Perché è la storia che conta.

Le parole che fanno la mano che raggiunge l’albero

Le parole che fanno la bocca che assapora il frutto

Quelle parole non s’allontanano mai e mi aiutano a costruire altre storie, meno lucide ma più saporite.

 

 

 

 

Due parole

Imparati due parole. Non importa quali, puoi anche inventarle.

Imparale e ripetile. Nella testa, e poi ad alta voce. Impara a credere al loro significato e al suono che fanno quando escono dal tuo corpo.

La testa si unisce ai polmoni e alla gola e alle labbra. Tutto il tuo essere proteso verso queste due parole.

È un potere grande, quello di scegliere.

Sarò anche io

Sarò anche io come mio padre,

avrò l’autoironia e avrò anche la sicurezza

avrò la precisione e avrò anche l’umanità

sarò anche io come mia madre

avrò il sorriso e avrò anche la durezza

avrò il senso pratico e avrò anche l’impudenza

Quando sarò grande e adulta

Le persone verranno da me per i consigli

E io andrò da loro per gli abbracci

E si sentiranno a casa, protetti, dalla parte giusta.

Troveranno nido nei miei occhi e nel nido

Troveranno voglia di volare.

Quando sarò grande e adulta

Sarò tutte queste cose e smetterò di chiedermi

Quando succederà

Perché è già successo.

il tuo sorriso

Ho sempre avuto bisogno dei tuoi occhi d’affetto

Su di me impacciata

Su di me imbronciata

Avevo bisogno che credessi nei miei sorrisi di zucchero

Sciolti al primo tocco

Dei miei cristalli multicolore

In un futuro strano, inconcepibile ai tuoi spettri

Ma magnifico e popolato di bestie esotiche

Avevo bisogno di fiducia

E di un grazie senza ma

Di un complimento senza macchia e senza paura

Di un abbraccio senza imbarazzo

Non so quando stare sul tuo petto ha smesso di essere naturale e ha cominciato ad essere un deserto

Di miraggi e gocce e favole della buona notte da registrare

per riascoltare

Ho sempre avuto bisogno di te, della tua forza che era tanto adamantina quanto più molle la mia ostinazione

Distanti di mura più alte ad ogni lacrima

Ad ogni rifiuto di capire

Nell’illusione di un utile, di un funzionale

Ad ogni negazione di quelle sfumature umide

Dove si moltiplicano i miei girini

Ho imparato a non essere mai completamente felice di un successo

Ad abbracciare male e guardare da lontano

Ho imparato a lottare fino a far sanguinare le gengive

Per guadagnarmi il tuo splendido sorriso

In principio erano le vongole

Mia nonna compra sempre il pesce migliore. In realtà, tutto il cibo che compra viene da lei descritto come “il migliore”. Se glielo chiedi, ma che se non glielo chiedi, ti decanta le lodi di ciò che stai mangiando come se ogni boccone fosse una pepita d’oro picconata fuori da un centinaio d’anni di lavoro.

Nonna ci tiene e spende tantissimo per pesce (e carne, ma della carne m’importa meno perché non la mangio). Si indebiterebbe per il cibo. Il suo criterio è infatti esclusivamente economico: se costa assai è sicuramente fresco.

Tuttavia, non si può dire che sia davvero il denaro il centro del suo discorso. Al contrario, il denaro perde qualsiasi importanza tra le sue labbra e diventa attenzione, cura e amore (il suo e quello del pescivendolo, che la conosce e le dà sempre le cose “migliori”).

Io non lo so se davvero il cibo era di qualità superiore anche prima che lei lo acquistasse, fatto sta che esso diventa davvero un miracolo quando passa nelle sue mani, che lo trasportano in buste (troppo) pesanti fino a casa, per le scale, fino alla cucina dove zia Maria aspetta per compiere il rito divino.

Quand’ero bambina nonna non mi coinvolgeva, ovviamente, nelle sue “trattative” con uomini e donne addetti allo smercio del cibo (trattative che consistevano in: mi dia il migliore, e questo era): io restavo fuori a guardare.

Il macellaio mi ha sempre inquietata, invece il pescivendolo mi piaceva. Rimanevo fuori a guardare le vongole nelle grosse vasche, con le loro antenne, quegli occhietti vispi e quelle code (piedini) veloci. Ero triste per loro, sapevo che fine avrebbero fatto, eppure mi avvinceva guardarle: così sfacciate, così forti, lottavano per la vita con dignità.

Ancora adesso, quando passo accanto ai vari pescivendoli di via Speranzella, ho difficoltà a non soffermarmi. Sono attratta da quelle vasche.

Però se prima era solo vongole, ora penso a mia nonna, che se non c’era niente di migliore preferiva non comprare nulla.

Vorrei imparare ad essere come mia nonna, non sprecare il mio tempo e andare dritta per la mia strada (nonostante un metro e cinquanta che è diventato un metro e sessanta in due generazioni).

Ma io non sono mai stata come lei, e quando volevo un gatto o un cane mi accontentavo di fissare le vongole negli occhi. E quando voglio scrivere il mondo, mi accontento di scrivere me.

 

Non agire?

Provo sempre le stesse sensazioni, gira e rigira. Tutto il giorno con me, a volte mi rompo un po’ le palle di stare dietro a tutto, dalle ansie agli entusiasmi ai momenti di buio totale.

Da ragazzina mi svegliavo naturalmente presto, ero molto energica al mattino, mentre ora ci vuole una vita prima che mi convinca che di un’altra giornata ancora, insieme, ne valga la pena. Ma ce la faccio, a volte meglio a volte peggio, tutti i giorni.

Provo sempre questa tensione, come se stessi resistendo a qualcosa. Come se fossi una corda, tirata da due forze invisibili e di direzione opposta. Al centro, cerco di stare calma.

Quando ci riesco – e ho imparato a riuscirci soprattutto nel lavoro e nell’organizzazione degli impegni quotidiani- sono sempre grandi soddisfazioni. Faccio una vita estremamente irregolare, ogni giorno spunta qualcosa che, nel bene e nel male, mi costringe a cambiare l’amministrazione del tempo.

Quindi ho smesso, di fare progetti. Non so quando la resa sia cominciata, forse con l’addio a Prato, forse poco dopo. Si è insinuata gradualmente ma con fermezza la certezza che nulla è sotto controllo, né lo sarà mai.

Ok, non arrivo certo io a scoprire l’acqua calda con la patata lessa, eppure per me è stato ed è ogni giorno un atto di fede, aspettare al varco qualcosa che non sarà eppure sembra il fatidico “destino”. Tante decisioni prese e poi bloccate, tanti occhi chiusi e poi riaperti con tremende o bellissime sorprese.

Il Duca degli Abruzzi che mi porta un incarico lavorativo a liceo, per esempio. Poche ore, ma è giusto così,  in questo momento. Pezzi si incastrano in maniera talmente perfetta che un qualunque sforzo potrebbe rovinare tutto e non oso muovermi.

Wuwei 无为, il motto taoista: non agire. Non opporti, fatti trascinare dalla corrente.

Credevo che non ci fosse nulla di più lontano da me di questo, e invece eccomi qua, a non sapere nemmeno cosa sarà di me la settimana prossima. Di corsa, sempre di corsa, tra le mille cose di cui non posso che riempirmi la vita, ma fondamentalmente immobile.  Tesa, ma fiduciosa.

Devo solo farcela, resistere un altro giorno. Questo è quello che devo fare.

 

 

questa casa

amo tutto di questa piccola casa con i soffitti altissimi. In primo luogo, i suoi soffitti altissimi, con le travi in legno.

Anche il parquet, finto, che comunque dà un senso di calore, le snelle finestre, lunghe come giunchi e ampie, che tanta luce fanno entrare ogni santo giorno e con lei tutto il rumore di una giungla che mai comprenderò.

Amo anche la luce, che s’infila negli spiragli e sotto le coperte. L’amo sempre, senza rimorso, e con lei l’uccellino che fringuella all’alba.

Mi piace lo spazio che separa la camera da letto dalla cucina, il passo da una stanza all’altra, che è come conquistare un nuovo territorio, in cui l’aria è più densa e promette mille avventure.

Amo questa casa per nessun motivo pratico e nonostante ci sia sempre un incredibile casino. Adesso, dopo tanti mesi, è completa di KALLAX e i libri ci si sono infilati come nella scena di Mago Merlino, svolazzando. Ogni cosa è al suo posto anche quando non lo è, in questa casa.

Ma non è per questo che la amo.

Amo di lei ogni passo che mi ha portata qui. Ogni silenzio che mi ha cullata e ogni litigio che i suoi alti soffitti hanno reso più drammatico. Sono sua quanto lei è mia, ma soprattutto, è nostra senza perdere la propria identità.

C’è sempre una pausa che la nasconde, tuttavia questa casa sorride sempre. Noi ci muoviamo dentro di lei come animali selvatici, annusando e scavandoci gli spazi.

Il mio nido non esiste: è alla scrivania, è al tavolo in cucina, è nella vasca da bagno, è sul balconcino e nel lavello. È un filo che lega tutti questi posti alle lacrime che ci ho versato e ai sorrisi che ci ho consumato.

Amo questa casa per l’amore stesso che la abita, un sentimento costantemente ingenuo, inadeguato, ma fedelissimo. Un guscio fatto di bambù.

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

il sub

Quella volta che mi hai detto una bugia, mi dicesti: – io? io mai.-

Perché mentisti lo capisco solo ora, dopo tanti anni. Anche se non posso certo darti torto, nemmeno riesco a darti ragione.

Con questi quattro centimetri in più che il coraggio mi ha dato, che l’abbandono di una narrazione mediocre di me e l’approdo su una landa deserta ma piena di tracce preziose mi hanno dato. Con questi quattro centimetri mi permetto, finalmente, di osservare coloro che indugiano all’uscio con una ferma flemma.

A volte mi fanno tenerezza, altre mi fanno rabbia.

A volte mi sento sola, molto semplicemente.

Mi guardo attorno e, stringendo la maschera e il boccaglio, non so a chi chiedere non dico di andare, ma quantomeno di guardare sotto. Più passa il tempo più la distanza tra le persone si fa opaca, i loro corpi inafferrabili.

Comunichiamo a gesti socialmente appropriati, affinati da episodiche sconfitte e tragiche disfatte (inquantificabili i successi, ahimè). Comunichiamo con sorrisi relativamente sinceri e mani disadatte. Sigarette e bicchieri, in una piramide destinata al collasso. A scimmiottare una Babele in cui non crede nessuno.

Va tutto bene, siamo tutti calmi, ma chi se lo fa un giro qui sotto? Ci sono le stelle marine e gli sconcigli.

No, grazie, magari un’altra volta. Non è che ho paura di qualcosa, è che non ne vale la pena. Non ne vale la pena più.

Meglio stare tranquilli qui, al sole. No?

Quando vedo questo mi viene ancora più voglia di immergermi, perdo ogni remora e mi carico sulle spalle le bombole. I miei occhi non vedono, ma qualcos’altro mi aiuterà a farmi strada.

Se così non fosse, sticazzi. Mi prenderanno sirene e tritoni.