Sarò anche io

Sarò anche io come mio padre,

avrò l’autoironia e avrò anche la sicurezza

avrò la precisione e avrò anche l’umanità

sarò anche io come mia madre

avrò il sorriso e avrò anche la durezza

avrò il senso pratico e avrò anche l’impudenza

Quando sarò grande e adulta

Le persone verranno da me per i consigli

E io andrò da loro per gli abbracci

E si sentiranno a casa, protetti, dalla parte giusta.

Troveranno nido nei miei occhi e nel nido

Troveranno voglia di volare.

Quando sarò grande e adulta

Sarò tutte queste cose e smetterò di chiedermi

Quando succederà

Perché è già successo.

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il tuo sorriso

Ho sempre avuto bisogno dei tuoi occhi d’affetto

Su di me impacciata

Su di me imbronciata

Avevo bisogno che credessi nei miei sorrisi di zucchero

Sciolti al primo tocco

Dei miei cristalli multicolore

In un futuro strano, inconcepibile ai tuoi spettri

Ma magnifico e popolato di bestie esotiche

Avevo bisogno di fiducia

E di un grazie senza ma

Di un complimento senza macchia e senza paura

Di un abbraccio senza imbarazzo

Non so quando stare sul tuo petto ha smesso di essere naturale e ha cominciato ad essere un deserto

Di miraggi e gocce e favole della buona notte da registrare

per riascoltare

Ho sempre avuto bisogno di te, della tua forza che era tanto adamantina quanto più molle la mia ostinazione

Distanti di mura più alte ad ogni lacrima

Ad ogni rifiuto di capire

Nell’illusione di un utile, di un funzionale

Ad ogni negazione di quelle sfumature umide

Dove si moltiplicano i miei girini

Ho imparato a non essere mai completamente felice di un successo

Ad abbracciare male e guardare da lontano

Ho imparato a lottare fino a far sanguinare le gengive

Per guadagnarmi il tuo splendido sorriso

In principio erano le vongole

Mia nonna compra sempre il pesce migliore. In realtà, tutto il cibo che compra viene da lei descritto come “il migliore”. Se glielo chiedi, ma che se non glielo chiedi, ti decanta le lodi di ciò che stai mangiando come se ogni boccone fosse una pepita d’oro picconata fuori da un centinaio d’anni di lavoro.

Nonna ci tiene e spende tantissimo per pesce (e carne, ma della carne m’importa meno perché non la mangio). Si indebiterebbe per il cibo. Il suo criterio è infatti esclusivamente economico: se costa assai è sicuramente fresco.

Tuttavia, non si può dire che sia davvero il denaro il centro del suo discorso. Al contrario, il denaro perde qualsiasi importanza tra le sue labbra e diventa attenzione, cura e amore (il suo e quello del pescivendolo, che la conosce e le dà sempre le cose “migliori”).

Io non lo so se davvero il cibo era di qualità superiore anche prima che lei lo acquistasse, fatto sta che esso diventa davvero un miracolo quando passa nelle sue mani, che lo trasportano in buste (troppo) pesanti fino a casa, per le scale, fino alla cucina dove zia Maria aspetta per compiere il rito divino.

Quand’ero bambina nonna non mi coinvolgeva, ovviamente, nelle sue “trattative” con uomini e donne addetti allo smercio del cibo (trattative che consistevano in: mi dia il migliore, e questo era): io restavo fuori a guardare.

Il macellaio mi ha sempre inquietata, invece il pescivendolo mi piaceva. Rimanevo fuori a guardare le vongole nelle grosse vasche, con le loro antenne, quegli occhietti vispi e quelle code (piedini) veloci. Ero triste per loro, sapevo che fine avrebbero fatto, eppure mi avvinceva guardarle: così sfacciate, così forti, lottavano per la vita con dignità.

Ancora adesso, quando passo accanto ai vari pescivendoli di via Speranzella, ho difficoltà a non soffermarmi. Sono attratta da quelle vasche.

Però se prima era solo vongole, ora penso a mia nonna, che se non c’era niente di migliore preferiva non comprare nulla.

Vorrei imparare ad essere come mia nonna, non sprecare il mio tempo e andare dritta per la mia strada (nonostante un metro e cinquanta che è diventato un metro e sessanta in due generazioni).

Ma io non sono mai stata come lei, e quando volevo un gatto o un cane mi accontentavo di fissare le vongole negli occhi. E quando voglio scrivere il mondo, mi accontento di scrivere me.

 

Non agire?

Provo sempre le stesse sensazioni, gira e rigira. Tutto il giorno con me, a volte mi rompo un po’ le palle di stare dietro a tutto, dalle ansie agli entusiasmi ai momenti di buio totale.

Da ragazzina mi svegliavo naturalmente presto, ero molto energica al mattino, mentre ora ci vuole una vita prima che mi convinca che di un’altra giornata ancora, insieme, ne valga la pena. Ma ce la faccio, a volte meglio a volte peggio, tutti i giorni.

Provo sempre questa tensione, come se stessi resistendo a qualcosa. Come se fossi una corda, tirata da due forze invisibili e di direzione opposta. Al centro, cerco di stare calma.

Quando ci riesco – e ho imparato a riuscirci soprattutto nel lavoro e nell’organizzazione degli impegni quotidiani- sono sempre grandi soddisfazioni. Faccio una vita estremamente irregolare, ogni giorno spunta qualcosa che, nel bene e nel male, mi costringe a cambiare l’amministrazione del tempo.

Quindi ho smesso, di fare progetti. Non so quando la resa sia cominciata, forse con l’addio a Prato, forse poco dopo. Si è insinuata gradualmente ma con fermezza la certezza che nulla è sotto controllo, né lo sarà mai.

Ok, non arrivo certo io a scoprire l’acqua calda con la patata lessa, eppure per me è stato ed è ogni giorno un atto di fede, aspettare al varco qualcosa che non sarà eppure sembra il fatidico “destino”. Tante decisioni prese e poi bloccate, tanti occhi chiusi e poi riaperti con tremende o bellissime sorprese.

Il Duca degli Abruzzi che mi porta un incarico lavorativo a liceo, per esempio. Poche ore, ma è giusto così,  in questo momento. Pezzi si incastrano in maniera talmente perfetta che un qualunque sforzo potrebbe rovinare tutto e non oso muovermi.

Wuwei 无为, il motto taoista: non agire. Non opporti, fatti trascinare dalla corrente.

Credevo che non ci fosse nulla di più lontano da me di questo, e invece eccomi qua, a non sapere nemmeno cosa sarà di me la settimana prossima. Di corsa, sempre di corsa, tra le mille cose di cui non posso che riempirmi la vita, ma fondamentalmente immobile.  Tesa, ma fiduciosa.

Devo solo farcela, resistere un altro giorno. Questo è quello che devo fare.

 

 

questa casa

amo tutto di questa piccola casa con i soffitti altissimi. In primo luogo, i suoi soffitti altissimi, con le travi in legno.

Anche il parquet, finto, che comunque dà un senso di calore, le snelle finestre, lunghe come giunchi e ampie, che tanta luce fanno entrare ogni santo giorno e con lei tutto il rumore di una giungla che mai comprenderò.

Amo anche la luce, che s’infila negli spiragli e sotto le coperte. L’amo sempre, senza rimorso, e con lei l’uccellino che fringuella all’alba.

Mi piace lo spazio che separa la camera da letto dalla cucina, il passo da una stanza all’altra, che è come conquistare un nuovo territorio, in cui l’aria è più densa e promette mille avventure.

Amo questa casa per nessun motivo pratico e nonostante ci sia sempre un incredibile casino. Adesso, dopo tanti mesi, è completa di KALLAX e i libri ci si sono infilati come nella scena di Mago Merlino, svolazzando. Ogni cosa è al suo posto anche quando non lo è, in questa casa.

Ma non è per questo che la amo.

Amo di lei ogni passo che mi ha portata qui. Ogni silenzio che mi ha cullata e ogni litigio che i suoi alti soffitti hanno reso più drammatico. Sono sua quanto lei è mia, ma soprattutto, è nostra senza perdere la propria identità.

C’è sempre una pausa che la nasconde, tuttavia questa casa sorride sempre. Noi ci muoviamo dentro di lei come animali selvatici, annusando e scavandoci gli spazi.

Il mio nido non esiste: è alla scrivania, è al tavolo in cucina, è nella vasca da bagno, è sul balconcino e nel lavello. È un filo che lega tutti questi posti alle lacrime che ci ho versato e ai sorrisi che ci ho consumato.

Amo questa casa per l’amore stesso che la abita, un sentimento costantemente ingenuo, inadeguato, ma fedelissimo. Un guscio fatto di bambù.

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

il sub

Quella volta che mi hai detto una bugia, mi dicesti: – io? io mai.-

Perché mentisti lo capisco solo ora, dopo tanti anni. Anche se non posso certo darti torto, nemmeno riesco a darti ragione.

Con questi quattro centimetri in più che il coraggio mi ha dato, che l’abbandono di una narrazione mediocre di me e l’approdo su una landa deserta ma piena di tracce preziose mi hanno dato. Con questi quattro centimetri mi permetto, finalmente, di osservare coloro che indugiano all’uscio con una ferma flemma.

A volte mi fanno tenerezza, altre mi fanno rabbia.

A volte mi sento sola, molto semplicemente.

Mi guardo attorno e, stringendo la maschera e il boccaglio, non so a chi chiedere non dico di andare, ma quantomeno di guardare sotto. Più passa il tempo più la distanza tra le persone si fa opaca, i loro corpi inafferrabili.

Comunichiamo a gesti socialmente appropriati, affinati da episodiche sconfitte e tragiche disfatte (inquantificabili i successi, ahimè). Comunichiamo con sorrisi relativamente sinceri e mani disadatte. Sigarette e bicchieri, in una piramide destinata al collasso. A scimmiottare una Babele in cui non crede nessuno.

Va tutto bene, siamo tutti calmi, ma chi se lo fa un giro qui sotto? Ci sono le stelle marine e gli sconcigli.

No, grazie, magari un’altra volta. Non è che ho paura di qualcosa, è che non ne vale la pena. Non ne vale la pena più.

Meglio stare tranquilli qui, al sole. No?

Quando vedo questo mi viene ancora più voglia di immergermi, perdo ogni remora e mi carico sulle spalle le bombole. I miei occhi non vedono, ma qualcos’altro mi aiuterà a farmi strada.

Se così non fosse, sticazzi. Mi prenderanno sirene e tritoni.

cera e cenere

Mi amerai anche quando

La vita smetterà di farci male

E Non ci sarà più un lato

Per cui schierarsi

Né una trincea dietro la quale

Stringerci le mani

Mi amerai anche quando

Le rughe indicheranno solo cenere di sorrisi

E ci sarà un cammino limpido,

Definito

Perché segnato da passi compiuti

Mi sarai accanto io lo so

Ma come? I tuoi occhi guarderanno i miei

Ovvero

si poseranno sugli stagni dei silenzi

Come libellule leggere color smeraldo

Né troppo né poco ma abbastanza

Mi amerai ancora, lo so

Quando le parole da dire

Saranno già scolpite nella cera

E i nostri volti bronzei

facce dell’ultimo eterno Giano

sono come la mia cucina

piena di pezzi che non c’entrano un cazzo

c’è lo scolapasta di plastica verde, morbido che si piega

me l’ha comprato mamma “è comodo per i traslochi”

c’è la ciotola che sembra di vetro di Murano, dura

dall’aspetto di fragola

la spazzola per strofinare i piatti incrostati, ché me l’ha insegnato

P., fa schifo a tutti, ma io la trovo giusta

ho venti strofinacci di nonna e zia, più uno rubato a Prato

ho mestolo e forchettone di legno a forma di giraffa,

l’imbuto a forma di lumaca,

il timer a forma di gatto.

Sono come la mia cucina, uno zoo.

Ci sono pentole mie, di mia zia, del padre di R.

I cucchiai d’argento dell’altra nonna,

la saliera e la pepiera (ragalo di N. e M. da Barcellona),

ci sono gli avogadi

coi loro semi spaccati

e i loro gambi altissimi, scostumati.

Sono come la mia cucina

la luce m’acceca e mostra tutti i difetti,

il caffè incrostato sui fuochi, un solo guanto di plastica,

la spazzatura in bella vista.

Sono uno zoo e un incontro di strade

un crocevia colorato

ti fermi un po’?

Ti faccio un tisana allo zenzero.

La procedura.

29 marzo 2017

Inizio oggi. Fa caldo nel treno.

Inizio oggi un percorso di liberazione, inizio la procedura.

Fuori il tempo è bizzoso: al mattino, freddissimo. Verso mezzogiorno, caldissimo. Sbalzi fino alla sera fresca, freschissima e ventosa. Mamma, dove sei?

Perché non mi rispondi come si faceva ai tempi dei piccioni viaggiatori? Sarebbe bello vedere un uccello arrivare alla mia finestra, con una lettera scritta di tuo pugno. Mi fa male la mano, non siamo più abituati a scrivere.

I telefoni e gli smartphone e i computer ci spacciano messaggi senza corpo.

 

31 marzo 2017

 

Cara mamma

cara io, carissima

tutta cara

volevo dire che ancora non funziona.

è come sprofondare.

 

per questo

4 aprile 2017

Cara mamma, ora capisco perché la gente preghi IDDIO.

Ci sono momenti in cui la forza non c’è, la voglia ancora meno, e vorresti solo dormire. DORMIRE.

A patto di fare sogni tranquilli, altrimenti anche dormire è inutile. Perpetua l’angoscia. Io mica lo so perché scrivo a te, proprio a te, che non capirai.

forse proprio per questo.

 

7 aprile 2017

la procedura ha i suoi alti e bassi, le sue pene, le sue penne.

Mi sforzo. Mi esalto. Insegnare mi annulla le preoccupazioni e per quel tempo io sono io. Tiro fuori le cose più belle. Poi finisce e si ricomincia.

Tutto passerà, come il flusso del fiume Bisenzio i cui argini sono consumati dalle nutrie

Le mie nutrie sono alacri, impegnate con me nella distruzione pro costruzione.

Il vuoto è l’unico modo

per il pieno

di esistere.

 

 

 

uccellini.jpg

 

12 aprile 2017

Matita marrone. Così, senza motivo. Sarà un quaderno colorato, una procedura multicolore.

 

 

 

aprile, una data qualsiasi.

La procedura continua a non funzionare. Forse sbaglio qualcosa. Ho bisogno di una guida, non dell’indipendenza. Ho bisogno che qualcuno mi dica esattamente cosa fare, o almeno da dove cominciare, per gestire il mucchio di roba che ho.

Temo il giorno in cui non ci sarà nulla da dire o da fare, che sarà troppo tardi. Capisci? Dici sempre di avere rimpianti, io per ora non ne ho nessuno ma alla fine chi lo sa.

 

3 maggio 2017

Cara mamma, forse sbaglio qualcosa. ANZI: sicuramente. Non esiste un’origine del mio male, più la cerco più mi sfugge. Invece esistono tanti motivi per un bene di qualità superiore, una felicità dispersa e non spendibile.

Eppure non riesco. La stanchezza e le cose da fare mi devastano dall’interno. Qualcosa deve sparire affinché io riesca a vedere chiaramente. C’è un traliccio che mi blocca la visuale.

 

10 maggio 2017

sono riuscita a darmi soddisfazione facendo di più del previsto. Così mi piaccio, ma non va bene. Vero? Se mi vedesse la me bambina mi abbraccerebbe e mi direbbe: stai tranquilla.

Lei a me, lei a me.

 

15 maggio 2017

Dicevano che sarebbe stato diverso, credo. Lo dicono sempre ma non ascolto mai. La procedura è diventata arudecorp, corpa rude, corparughe, tartarughe?

Il bello di queste cose è l’ordine. E se l’ordine viene a mancare, cosa rimane se non un mazzo di fiori.

21 maggio 2017

Il tempo non si calma. Normale amministrazione in un altro luogo e in un altro tempo. (di marzo, ma siamo già a maggio).

La proceduta l’ho abbandonata, non aveva effetti. Dovevo insistere, lo so, ma è una cosa che non amo più.

Insistere non è mai servito a nulla.