Non agire?

Provo sempre le stesse sensazioni, gira e rigira. Tutto il giorno con me, a volte mi rompo un po’ le palle di stare dietro a tutto, dalle ansie agli entusiasmi ai momenti di buio totale.

Da ragazzina mi svegliavo naturalmente presto, ero molto energica al mattino, mentre ora ci vuole una vita prima che mi convinca che di un’altra giornata ancora, insieme, ne valga la pena. Ma ce la faccio, a volte meglio a volte peggio, tutti i giorni.

Provo sempre questa tensione, come se stessi resistendo a qualcosa. Come se fossi una corda, tirata da due forze invisibili e di direzione opposta. Al centro, cerco di stare calma.

Quando ci riesco – e ho imparato a riuscirci soprattutto nel lavoro e nell’organizzazione degli impegni quotidiani- sono sempre grandi soddisfazioni. Faccio una vita estremamente irregolare, ogni giorno spunta qualcosa che, nel bene e nel male, mi costringe a cambiare l’amministrazione del tempo.

Quindi ho smesso, di fare progetti. Non so quando la resa sia cominciata, forse con l’addio a Prato, forse poco dopo. Si è insinuata gradualmente ma con fermezza la certezza che nulla è sotto controllo, né lo sarà mai.

Ok, non arrivo certo io a scoprire l’acqua calda con la patata lessa, eppure per me è stato ed è ogni giorno un atto di fede, aspettare al varco qualcosa che non sarà eppure sembra il fatidico “destino”. Tante decisioni prese e poi bloccate, tanti occhi chiusi e poi riaperti con tremende o bellissime sorprese.

Il Duca degli Abruzzi che mi porta un incarico lavorativo a liceo, per esempio. Poche ore, ma è giusto così,  in questo momento. Pezzi si incastrano in maniera talmente perfetta che un qualunque sforzo potrebbe rovinare tutto e non oso muovermi.

Wuwei 无为, il motto taoista: non agire. Non opporti, fatti trascinare dalla corrente.

Credevo che non ci fosse nulla di più lontano da me di questo, e invece eccomi qua, a non sapere nemmeno cosa sarà di me la settimana prossima. Di corsa, sempre di corsa, tra le mille cose di cui non posso che riempirmi la vita, ma fondamentalmente immobile.  Tesa, ma fiduciosa.

Devo solo farcela, resistere un altro giorno. Questo è quello che devo fare.

 

 

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questa casa

amo tutto di questa piccola casa con i soffitti altissimi. In primo luogo, i suoi soffitti altissimi, con le travi in legno.

Anche il parquet, finto, che comunque dà un senso di calore, le snelle finestre, lunghe come giunchi e ampie, che tanta luce fanno entrare ogni santo giorno e con lei tutto il rumore di una giungla che mai comprenderò.

Amo anche la luce, che s’infila negli spiragli e sotto le coperte. L’amo sempre, senza rimorso, e con lei l’uccellino che fringuella all’alba.

Mi piace lo spazio che separa la camera da letto dalla cucina, il passo da una stanza all’altra, che è come conquistare un nuovo territorio, in cui l’aria è più densa e promette mille avventure.

Amo questa casa per nessun motivo pratico e nonostante ci sia sempre un incredibile casino. Adesso, dopo tanti mesi, è completa di KALLAX e i libri ci si sono infilati come nella scena di Mago Merlino, svolazzando. Ogni cosa è al suo posto anche quando non lo è, in questa casa.

Ma non è per questo che la amo.

Amo di lei ogni passo che mi ha portata qui. Ogni silenzio che mi ha cullata e ogni litigio che i suoi alti soffitti hanno reso più drammatico. Sono sua quanto lei è mia, ma soprattutto, è nostra senza perdere la propria identità.

C’è sempre una pausa che la nasconde, tuttavia questa casa sorride sempre. Noi ci muoviamo dentro di lei come animali selvatici, annusando e scavandoci gli spazi.

Il mio nido non esiste: è alla scrivania, è al tavolo in cucina, è nella vasca da bagno, è sul balconcino e nel lavello. È un filo che lega tutti questi posti alle lacrime che ci ho versato e ai sorrisi che ci ho consumato.

Amo questa casa per l’amore stesso che la abita, un sentimento costantemente ingenuo, inadeguato, ma fedelissimo. Un guscio fatto di bambù.

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

il sub

Quella volta che mi hai detto una bugia, mi dicesti: – io? io mai.-

Perché mentisti lo capisco solo ora, dopo tanti anni. Anche se non posso certo darti torto, nemmeno riesco a darti ragione.

Con questi quattro centimetri in più che il coraggio mi ha dato, che l’abbandono di una narrazione mediocre di me e l’approdo su una landa deserta ma piena di tracce preziose mi hanno dato. Con questi quattro centimetri mi permetto, finalmente, di osservare coloro che indugiano all’uscio con una ferma flemma.

A volte mi fanno tenerezza, altre mi fanno rabbia.

A volte mi sento sola, molto semplicemente.

Mi guardo attorno e, stringendo la maschera e il boccaglio, non so a chi chiedere non dico di andare, ma quantomeno di guardare sotto. Più passa il tempo più la distanza tra le persone si fa opaca, i loro corpi inafferrabili.

Comunichiamo a gesti socialmente appropriati, affinati da episodiche sconfitte e tragiche disfatte (inquantificabili i successi, ahimè). Comunichiamo con sorrisi relativamente sinceri e mani disadatte. Sigarette e bicchieri, in una piramide destinata al collasso. A scimmiottare una Babele in cui non crede nessuno.

Va tutto bene, siamo tutti calmi, ma chi se lo fa un giro qui sotto? Ci sono le stelle marine e gli sconcigli.

No, grazie, magari un’altra volta. Non è che ho paura di qualcosa, è che non ne vale la pena. Non ne vale la pena più.

Meglio stare tranquilli qui, al sole. No?

Quando vedo questo mi viene ancora più voglia di immergermi, perdo ogni remora e mi carico sulle spalle le bombole. I miei occhi non vedono, ma qualcos’altro mi aiuterà a farmi strada.

Se così non fosse, sticazzi. Mi prenderanno sirene e tritoni.

cera e cenere

Mi amerai anche quando

La vita smetterà di farci male

E Non ci sarà più un lato

Per cui schierarsi

Né una trincea dietro la quale

Stringerci le mani

Mi amerai anche quando

Le rughe indicheranno solo cenere di sorrisi

E ci sarà un cammino limpido,

Definito

Perché segnato da passi compiuti

Mi sarai accanto io lo so

Ma come? I tuoi occhi guarderanno i miei

Ovvero

si poseranno sugli stagni dei silenzi

Come libellule leggere color smeraldo

Né troppo né poco ma abbastanza

Mi amerai ancora, lo so

Quando le parole da dire

Saranno già scolpite nella cera

E i nostri volti bronzei

facce dell’ultimo eterno Giano

sono come la mia cucina

piena di pezzi che non c’entrano un cazzo

c’è lo scolapasta di plastica verde, morbido che si piega

me l’ha comprato mamma “è comodo per i traslochi”

c’è la ciotola che sembra di vetro di Murano, dura

dall’aspetto di fragola

la spazzola per strofinare i piatti incrostati, ché me l’ha insegnato

P., fa schifo a tutti, ma io la trovo giusta

ho venti strofinacci di nonna e zia, più uno rubato a Prato

ho mestolo e forchettone di legno a forma di giraffa,

l’imbuto a forma di lumaca,

il timer a forma di gatto.

Sono come la mia cucina, uno zoo.

Ci sono pentole mie, di mia zia, del padre di R.

I cucchiai d’argento dell’altra nonna,

la saliera e la pepiera (ragalo di N. e M. da Barcellona),

ci sono gli avogadi

coi loro semi spaccati

e i loro gambi altissimi, scostumati.

Sono come la mia cucina

la luce m’acceca e mostra tutti i difetti,

il caffè incrostato sui fuochi, un solo guanto di plastica,

la spazzatura in bella vista.

Sono uno zoo e un incontro di strade

un crocevia colorato

ti fermi un po’?

Ti faccio un tisana allo zenzero.

La procedura.

29 marzo 2017

Inizio oggi. Fa caldo nel treno.

Inizio oggi un percorso di liberazione, inizio la procedura.

Fuori il tempo è bizzoso: al mattino, freddissimo. Verso mezzogiorno, caldissimo. Sbalzi fino alla sera fresca, freschissima e ventosa. Mamma, dove sei?

Perché non mi rispondi come si faceva ai tempi dei piccioni viaggiatori? Sarebbe bello vedere un uccello arrivare alla mia finestra, con una lettera scritta di tuo pugno. Mi fa male la mano, non siamo più abituati a scrivere.

I telefoni e gli smartphone e i computer ci spacciano messaggi senza corpo.

 

31 marzo 2017

 

Cara mamma

cara io, carissima

tutta cara

volevo dire che ancora non funziona.

è come sprofondare.

 

per questo

4 aprile 2017

Cara mamma, ora capisco perché la gente preghi IDDIO.

Ci sono momenti in cui la forza non c’è, la voglia ancora meno, e vorresti solo dormire. DORMIRE.

A patto di fare sogni tranquilli, altrimenti anche dormire è inutile. Perpetua l’angoscia. Io mica lo so perché scrivo a te, proprio a te, che non capirai.

forse proprio per questo.

 

7 aprile 2017

la procedura ha i suoi alti e bassi, le sue pene, le sue penne.

Mi sforzo. Mi esalto. Insegnare mi annulla le preoccupazioni e per quel tempo io sono io. Tiro fuori le cose più belle. Poi finisce e si ricomincia.

Tutto passerà, come il flusso del fiume Bisenzio i cui argini sono consumati dalle nutrie

Le mie nutrie sono alacri, impegnate con me nella distruzione pro costruzione.

Il vuoto è l’unico modo

per il pieno

di esistere.

 

 

 

uccellini.jpg

 

12 aprile 2017

Matita marrone. Così, senza motivo. Sarà un quaderno colorato, una procedura multicolore.

 

 

 

aprile, una data qualsiasi.

La procedura continua a non funzionare. Forse sbaglio qualcosa. Ho bisogno di una guida, non dell’indipendenza. Ho bisogno che qualcuno mi dica esattamente cosa fare, o almeno da dove cominciare, per gestire il mucchio di roba che ho.

Temo il giorno in cui non ci sarà nulla da dire o da fare, che sarà troppo tardi. Capisci? Dici sempre di avere rimpianti, io per ora non ne ho nessuno ma alla fine chi lo sa.

 

3 maggio 2017

Cara mamma, forse sbaglio qualcosa. ANZI: sicuramente. Non esiste un’origine del mio male, più la cerco più mi sfugge. Invece esistono tanti motivi per un bene di qualità superiore, una felicità dispersa e non spendibile.

Eppure non riesco. La stanchezza e le cose da fare mi devastano dall’interno. Qualcosa deve sparire affinché io riesca a vedere chiaramente. C’è un traliccio che mi blocca la visuale.

 

10 maggio 2017

sono riuscita a darmi soddisfazione facendo di più del previsto. Così mi piaccio, ma non va bene. Vero? Se mi vedesse la me bambina mi abbraccerebbe e mi direbbe: stai tranquilla.

Lei a me, lei a me.

 

15 maggio 2017

Dicevano che sarebbe stato diverso, credo. Lo dicono sempre ma non ascolto mai. La procedura è diventata arudecorp, corpa rude, corparughe, tartarughe?

Il bello di queste cose è l’ordine. E se l’ordine viene a mancare, cosa rimane se non un mazzo di fiori.

21 maggio 2017

Il tempo non si calma. Normale amministrazione in un altro luogo e in un altro tempo. (di marzo, ma siamo già a maggio).

La proceduta l’ho abbandonata, non aveva effetti. Dovevo insistere, lo so, ma è una cosa che non amo più.

Insistere non è mai servito a nulla.

 

Carne 

Quanto  dolore

Avvolto  nella  ferita

Sulla  piaga  nascosta e

Gli  occhi  chiusi

Vorrei  solo  capire la  via

Il lembo da tirare

Per  scoprire  lentamente

La  tua  grande frattura

Lì,  la  carne si  insinua

Nella  carne e  il  male

Indugia  consapevole

Più di me e di te e di noi

Fa  la forza di gravità

Che,  infine,

Ci  mostrerà  le ossa

La pelle di P.

“Per P.”

Leggo queste parole e penso di essere P.

Sono lei, perché ho preso in prestito la sua borsa e il suo maglione mi circonda le spalle e avvolge le braccia. Sono P., ma non sapevo che nella borsa c’era un libro e dentro il libro una busta. Non le ho nemmeno chiesto se quella borsa potevo prenderla, ma l’ho fatto come quando si esce di casa senza salutare perché sai che tornerai di lì a un’ora.

Non ci sono nella vita molti rapporti come quello che c’è tra me e P. Oppure, al contrario, ci sono tantissimi rapporti come il nostro, ma non nella vita, mia. Sono fuori da me, inaccessibili. Per la mia vita questo legame è sacro, soprattutto perché non ha bisogno di essere pensato.

Nella borsa ci sono libri, quaderni, fogli e penne, un mouse e un laptop. Un adattatore. E poi c’è questo libro, sulla generazione nata negli anni Settanta. Chissà cosa significa appartenere a quella decade, mi chiedo, mentre sfoglio le pagine del libro di Michela Murgia, Futuro Interiore. Leggo che è nata nel 1972, mentre P. è nata molto dopo, alla fine e non all’inizio. Lei è a cavallo di tante cose.

“Per P.”, leggo di nuovo, tentando, inutilmente, di farmi i fatti miei. Non penso, ma sento, che alla fine sono fatti miei, perché in questo momento io sono P. e nessuno può metterlo in dubbio.

Apro la busta e dentro ci sono delle cose.

La prima cosa che trovo è una piuma. Potrebbe essere di qualsiasi uccello: è bianca e batuffolosa. È forse un ricordo di una vacanza al mare?

La seconda cosa che trovo è uno scontrino. Bar Annina, due caffè, due euro. A Livorno, sembra. È davvero un ricordo di mare.

La terza cosa che trovo è un foglio bianco, ripiegato in quattro. La metto per ultima, ora, ma in realtà l’ho vista per prima. L’ho lasciata riposare per un po’, pregustandomi il momento della scoperta, nel quale i miei occhi avrebbero elaborato le linee dell’inchiostro nero che vanno a comporre le tante parole.

Di una lettera, d’amore, ma mi fermo, perché non sono P.

Lo sento chiaro e tondo adesso, che leggo le prime parole scorrere sul foglio bianco un po’ ingiallito ai bordi. Io non sono P. e non lo sarò mai. Mi sento inappropriata, eccessiva in quel maglione.

Mi guardo attorno come se qualcuno mi stesse osservando. La bibliotecaria mi sta guardando, in effetti, ma sembra più che altro sovrappensiero. Sono improvvisamente nervosa perché una domanda comincia a porsi da sola, in continuazione. Non avevo mai ascoltato la sua voce, prima, o forse è sempre la stessa domanda di cui ho dimenticato il suono?

Chiudo un orecchio, mi tappo il naso, lascio aperti solo gli occhi, ché non servono a nulla perché mi mancano otto diottrie. Rimango ferma, immobile, perché è un’immersione con i pesi alle caviglie.

Il silenzio della biblioteca permette alla voce di fare eco, non posso dunque fingere di non sentire le parole e i loro ostinati riverberi: chi sei?

Ogni volta che entro nelle memorie di qualcuno e poi ne esco, ecco quando questa domanda si pone.

Chi sei?

E quindi mi chiedo. Perché non sono un’altra? O un altro? Perché non sono P.? O G.? o R.? Sarebbe più semplice entrare nei loro panni, che ho cucito su misura per loro e che sembrano così comodi. Nei miei non riesco a farmi posto.

– Martina! Che ci fai qui? Non ti eri trasferita? –

Mi giro di scatto, imbarazzata per essere stata scoperta. Non capisco come abbia fatto a riconoscermi, dato che sono vestita della pelle di P., della sua borsa e delle sue lettere.

– Oi, ciao! Sono qui per un weekend…-

Hai visto? Non inganno nessuno.

Gea

Torni a casa e ti smonti

Pezzo dopo pezzo

Pelle tira colore spande

Perde grammo dopo grammo

il colore comprato durante il giorno

a peso d’oro, argento e mirra

Normale la risposta dei pori,

che si dilatano nell’incontro col calore

sotto a chi tocca

sotto tutto

si nasconde la purezza incerta

strato dopo strato

al centro pulsante d’ogni dubbio

rimango io