osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

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una cosa che so fare

Mi dispiace molto dirvelo ma, ringraziando il cielo, la vera poesia esiste e non è la vostra.

Ma proprio nemmeno lontanamente.

Ieri ho assistito a “Lucha Libro”, una performance molto carina e divertente all’interno dell’Altofest, per cui diversi “luchadores” si sfidavano nella scrittura (5 minuti, 3 parole le prime manche; 3 minuti, 3 parole nella finale). Un’idea interessante, conduttore simpatico, tutto ben organizzato con tanto di ring, maschere e vestaglie kitsch.

La critica però va mossa, irrimediabilmente, contro quanti di loro hanno tentato di fare poesia. Non si fa ragazzi, non si fa. A parte che la poesia sarebbe meglio non farla in generale (confesso la colpa), ma soprattutto non si fa per sfida improvvisata con parole obbligate (a meno di non essere un vero genio e tu non lo sei). Cristoiddio, la poesia è un equilibrio così delicato ed impalpabile, non puoi permetterti di forzarne le componenti come fossero pezzi di Lego.

Non tutti sono capaci, quasi nessuno è capace e comunque, se proprio devi, cerca di essere divertente: è una performance, intrattieni il tuo pubblico! Non sei capace di fare poesia, fai qualcosa che ne abbia solo una lontana forma ma che il pubblico possa apprezzare per qualche altra qualità. Che non sia la noia di un elenco di parole a caso.

Non so se sono capace di scrivere, ma se c’è una cosa che so fare è leggere. Venitemi incontro, dai. Non fatemi arrabbiare.

sole

Tu ti ricorderai di me

che mi ricordo di te

quando il sole sale

e quando cade

al suo picco ci frantuma

e reclinando, sfama

Io mi ricordo di te

che non pensi a me

ma che indaffarata tessi

i tuoi vestiti d’avorio

non guardi niente, non ti posi

eppure il tuo corpo

mastro artigiano

incide il tuo ricordo a sangue

se tu sarai ancora e io

sarò

tu ti ricorderai di me

che ti penso ora di parole vane

penso sempre e solo

parole

che niente possono

fuori dalla canicola

 

Gea

Torni a casa e ti smonti

Pezzo dopo pezzo

Pelle tira colore spande

Perde grammo dopo grammo

il colore comprato durante il giorno

a peso d’oro, argento e mirra

Normale la risposta dei pori,

che si dilatano nell’incontro col calore

sotto a chi tocca

sotto tutto

si nasconde la purezza incerta

strato dopo strato

al centro pulsante d’ogni dubbio

rimango io

 

Se voi

se voi non capite niente

niente allora vi comprenderà

Sarete sempre esclusi

da quello che si tiene

nei cespugli e nelle fronde,

prima del tramonto

Alle spalle di un abbraccio

lontani mille miglia dal mare

in cima al colle di un libro a pancia in giù

continuerete a non capire

sazi dei non-pieni e dei non-vuoti

rovesci di medaglie mai ottenute

stanchi, al fronte di voi stessi

 

piccola scheggia

l’amore mio si ferma tra le foglie d’erba

nella brina dell’alba si scuote stropicciando

penne e piume nere lucide

come inchiostro fresco come

getto di seppia

brilla il suo occhio

spalancando il tessuto

splende il suo becco

segnalando al passante

una perpetua

inesauribile ricerca

l’amore mio non guarda ma vede

ogni movimento

sente il caldo della terra, scova

il verme e l’insetto inermi

il mio merlo è un animale irrequieto e solitario

non si nasconde e mai s’avvicina troppo

piccola scheggia negli occhi

che forse non hai visto

 

 

Milano centrale

Lunghi treni riposano immobili come
Oloturie sul fondo di un mare di poche sorprese
Cammino come un’astronauta
Verso l’ultima carrozza prima del giorno
La luce si affatica nella foschia fuori dal tunnel
Dove siamo racchiusi noi viandanti
Come fiori del nord, il cui colore solo si intuisce
Pallido rosa ad annunciar tempeste
O un tiepido viaggio circolare
Che dal mare al mare
Riporta

Autunno

Speriamo che sia come dici tu

Che le nuvole seguano il vento e che il vento porti la gioia

Speriamo che ad ogni sorriso corrisponda un bacio

E quando saremo stanchi

Dormiremo, come dici tu, abbracciati

Speriamo che sia sempre come tu vuoi

Che ad oggi seguirà, fiero, un domani

E che ciascuna fatica sia solo un solletico

Per il nostro cuore di giunco

E sicuramente è come dici tu

perché

quando lo dici si aprono le finestre

Sulla spiaggia

Mi hai lasciata su una spiaggia a raccogliere conchiglie

Ti ho voltato le spalle e continuavo a parlare

Ti dicevo: guarda le linee di questa, i contorni di quella

Guarda il colore del dentro, le sfumature del fuori, sembra che il mare le tocchi ancora, guarda!

Non c’eri più e nemmeno avevi lasciato passi

Solchi nella sabbia fresca di onde

Potevo forse esimermi dal porre a me stessa la fatidica domanda

Ci sei mai stato?

Mi hai lasciata su una spiaggia a guardare i contorni del mare

Sfumare nei pixel del cielo

Avevo un cappello, o volavano i miei capelli, liberi?

Inevitabile chiedere ancora,

al pubblico silenzioso che ora osserva ricordi di china

Sono sola? Che significa questo silenzio?

Non mi hai lasciata, non erano poi così lontani i tuoi occhi

Fissi su un libro, le cui pagine – troppo bianche- pungevano e tiravano sassi

Con le mani toglievi la sabbia da gambe salate e notavi

Un insetto trasparente farsi strada tra piccole dune, non farcela

Quando ti sei accorto che ero lontana

Ti sei voltato e nel silenzio

Ti sei chiesto ancora se ero mai stata lì

E se eravamo mai stati felici.

 

 

 

 

 

pubblicata su extravesuviana