Cani (con rime)

Ci sono cani

che portano rispetto

che ti guardano negli occhi, dritto

e si fanno un giretto

dentro senza fare danni

ci sono cani che annusano i tuoi panni

amandoti tanto, ma per poco

ché poi così,

a testa bassa e a coda lenta

com’è iniziato finisce il vostro gioco

 

ci sono cani

a cui non la dai a bere

e poi ci sono quelli

che si fanno fregare

 

con questo io non voglio dire

 

“che i cani salvano la vita

che ti cambiano per sempre

che rimarginano la ferita

che ti curano la mente”

 

io non lo so

chi sono i cani e cosa vogliono

io sono solo un essere a due gambe

troppi pensieri e rime un poco strambe

quello che so

è che a me piace pensare

che i cani ci sono

perché sanno campare

 

 

 

Annunci

il tuo sorriso

Ho sempre avuto bisogno dei tuoi occhi d’affetto

Su di me impacciata

Su di me imbronciata

Avevo bisogno che credessi nei miei sorrisi di zucchero

Sciolti al primo tocco

Dei miei cristalli multicolore

In un futuro strano, inconcepibile ai tuoi spettri

Ma magnifico e popolato di bestie esotiche

Avevo bisogno di fiducia

E di un grazie senza ma

Di un complimento senza macchia e senza paura

Di un abbraccio senza imbarazzo

Non so quando stare sul tuo petto ha smesso di essere naturale e ha cominciato ad essere un deserto

Di miraggi e gocce e favole della buona notte da registrare

per riascoltare

Ho sempre avuto bisogno di te, della tua forza che era tanto adamantina quanto più molle la mia ostinazione

Distanti di mura più alte ad ogni lacrima

Ad ogni rifiuto di capire

Nell’illusione di un utile, di un funzionale

Ad ogni negazione di quelle sfumature umide

Dove si moltiplicano i miei girini

Ho imparato a non essere mai completamente felice di un successo

Ad abbracciare male e guardare da lontano

Ho imparato a lottare fino a far sanguinare le gengive

Per guadagnarmi il tuo splendido sorriso

osso

Forse è la luce

Sì forse è la luce che mi prende

Nient’altro mi colpisce quanto

Una superficie bianca, piallata dal sole

Una fiammella in due occhi spalancati

I riflessi miracolosi dell’ambra

Le scaglie sul mare

Un osso immerso nel velluto nero

Forse è la luce, quello è

Dell’arte, che mi colpisce

Quando un essere umano riesce a riprodurre

Su carta o su tela o su materia intima

La vera essenza della vita

La fessura da cui quella entra e quella esce

Mai uguale

Sempre portatrice di nuova linfa

Luce, è la luce, sicuramente

Che mi chiama.

una cosa che so fare

Mi dispiace molto dirvelo ma, ringraziando il cielo, la vera poesia esiste e non è la vostra.

Ma proprio nemmeno lontanamente.

Ieri ho assistito a “Lucha Libro”, una performance molto carina e divertente all’interno dell’Altofest, per cui diversi “luchadores” si sfidavano nella scrittura (5 minuti, 3 parole le prime manche; 3 minuti, 3 parole nella finale). Un’idea interessante, conduttore simpatico, tutto ben organizzato con tanto di ring, maschere e vestaglie kitsch.

La critica però va mossa, irrimediabilmente, contro quanti di loro hanno tentato di fare poesia. Non si fa ragazzi, non si fa. A parte che la poesia sarebbe meglio non farla in generale (confesso la colpa), ma soprattutto non si fa per sfida improvvisata con parole obbligate (a meno di non essere un vero genio e tu non lo sei). Cristoiddio, la poesia è un equilibrio così delicato ed impalpabile, non puoi permetterti di forzarne le componenti come fossero pezzi di Lego.

Non tutti sono capaci, quasi nessuno è capace e comunque, se proprio devi, cerca di essere divertente: è una performance, intrattieni il tuo pubblico! Non sei capace di fare poesia, fai qualcosa che ne abbia solo una lontana forma ma che il pubblico possa apprezzare per qualche altra qualità. Che non sia la noia di un elenco di parole a caso.

Non so se sono capace di scrivere, ma se c’è una cosa che so fare è leggere. Venitemi incontro, dai. Non fatemi arrabbiare.

sole

Tu ti ricorderai di me

che mi ricordo di te

quando il sole sale

e quando cade

al suo picco ci frantuma

e reclinando, sfama

Io mi ricordo di te

che non pensi a me

ma che indaffarata tessi

i tuoi vestiti d’avorio

non guardi niente, non ti posi

eppure il tuo corpo

mastro artigiano

incide il tuo ricordo a sangue

se tu sarai ancora e io

sarò

tu ti ricorderai di me

che ti penso ora di parole vane

penso sempre e solo

parole

che niente possono

fuori dalla canicola

 

Gea

Torni a casa e ti smonti

Pezzo dopo pezzo

Pelle tira colore spande

Perde grammo dopo grammo

il colore comprato durante il giorno

a peso d’oro, argento e mirra

Normale la risposta dei pori,

che si dilatano nell’incontro col calore

sotto a chi tocca

sotto tutto

si nasconde la purezza incerta

strato dopo strato

al centro pulsante d’ogni dubbio

rimango io

 

Se voi

se voi non capite niente

niente allora vi comprenderà

Sarete sempre esclusi

da quello che si tiene

nei cespugli e nelle fronde,

prima del tramonto

Alle spalle di un abbraccio

lontani mille miglia dal mare

in cima al colle di un libro a pancia in giù

continuerete a non capire

sazi dei non-pieni e dei non-vuoti

rovesci di medaglie mai ottenute

stanchi, al fronte di voi stessi

 

piccola scheggia

l’amore mio si ferma tra le foglie d’erba

nella brina dell’alba si scuote stropicciando

penne e piume nere lucide

come inchiostro fresco come

getto di seppia

brilla il suo occhio

spalancando il tessuto

splende il suo becco

segnalando al passante

una perpetua

inesauribile ricerca

l’amore mio non guarda ma vede

ogni movimento

sente il caldo della terra, scova

il verme e l’insetto inermi

il mio merlo è un animale irrequieto e solitario

non si nasconde e mai s’avvicina troppo

piccola scheggia negli occhi

che forse non hai visto

 

 

Milano centrale

Lunghi treni riposano immobili come
Oloturie sul fondo di un mare di poche sorprese
Cammino come un’astronauta
Verso l’ultima carrozza prima del giorno
La luce si affatica nella foschia fuori dal tunnel
Dove siamo racchiusi noi viandanti
Come fiori del nord, il cui colore solo si intuisce
Pallido rosa ad annunciar tempeste
O un tiepido viaggio circolare
Che dal mare al mare
Riporta